venerdì 14 dicembre 2007

14-12-2007 - Il diavolo fa le pentole, ma si dimentica a fare i coperchi

Testo dell'articolo-intervista, pubblicato su L'Opinione
di
Emilio Grimaldi


Il diavolo fa le pentole, ma si dimentica a fare i coperchi
Erano le ore 18 del 27 luglio 2007 quando radiocarcere ha pubblicato la relazione che gli aveva commissionato il Pm Luigi De Magistris su Why Not. Esattamente un giorno prima, alle 12 e 36, era stata trasmessa agli imputati, tra cui Luigi Bisignani, principale indagato. Nelle intercettazioni si faceva il nome anche di Clemente Mastella, ministro della Giustizia. Proprio perché era stata protocollata con il timbro di De Magistris si da il caso che gli unici possessori della documentazione fossero proprio gli indagati. La relazione fece il giro dei giornali e del web, e Mastella definì Genchi, proprio in questa occasione, “mascalzone”. Così in molti si sono accorti di lui. Il diavolo (De Magistris e Genchi), con questo impiccio, avrebbe fabbricato una bella pentola e ma la mancanza del coperchio ha fatto saltare tutto in aria. Il dubbio che fossero stati proprio gli indagati a far pubblicare la notizia è venuto a tutti ma pochi si sono veramente interessati a guardare bene cosa nascondesse la pentola perché si sono lasciati volentieri avvolgere dal fumo che è fuoriuscito. Alla gogna, questa volta, ci sono andati proprio loro, i diavoli buoni della faccenda De Magistris e Genchi. A nulla sono valsi il “Santo subito” rivolto al magistrato coraggioso dalla società civile, lo Stato doveva essere salvaguardato. Quando, grazie a Genchi lo Stato è riuscito ad inchiodare Lo Piccolo, quando grazie alle sue perizie lo Stato è riuscito a ricostruire la Verità in molti processi e lo ha pure riconosciuto, Genchi viveva nell’ombra. Ed era giusto così, perché gli umili servitori dello Stato devono rimanere nell’ombra, lontano dai riflettori. Ma quando c’è stato di mezzo lo Stato stesso, allora Genchi non valeva più. Si è assecondata la nube della pentola per farlo vedere a tutti, finalmente, elevato alla luce del giorno come il “responsabile” di tale mascalzonata. Lui, uno dei maggiori ricercatori della Verità dei fatti giudiziari più violenti degli ultimi tempi. Sì proprio lui era in grado di fare una cosa del genere. Lui che riesce a vedere dove altri non vedono e che ha messo dentro e scarcerato pezzi da novanta perché ha il senso dello Stato, chi si crede di essere? E’ la nube tossica della pentola. Ed è anche la varietà, secondo cui, in fondo, gli uomini, se potessero, ucciderebbero quelli che stimano di più. Un fatto psicologicamente e socialmente accertato dalla letteratura scientifica, e che lo Stato ha sostenuto. Ma la storia non si fa né con la psicologia e né con la sociologia, si fa con i fatti. Questo hanno dimostrato di averlo capito bene quelli che hanno scambiato se stessi per le Istituzioni sacrificando la verità. E i fatti parlano chiaro, avocata l’inchiesta a De Magistris e revocato l’incarico a Genchi. La Verità si fa attendere.
Già il prossimo 17 dicembre, quando il CSM dovrà pronunciarsi sul suo trasferimento, richiesto dal ministro della giustizia Clemente Mastella, potrebbe fare un passo in avanti.

Il "mascalzone" in balia dello Stato
Il super consulente delle indagini scottanti. Quante le verità nascoste?
Dalle stragi del ’92, dove persero la vita i giudici Falcone e Borsellino, passando per Scopelliti fino a De Magistris. Gioacchino Genchi ricostruisce un percorso, il suo, che è parallelo a quello di uno Stato che vuole essere presente per contrastare l’illegalità, evidenziando limiti e pregi di un rapporto fra politica e magistratura che si sta facendo sempre più sottile.
Dopo gli eccidi del ’92 in Sicilia “si sono alzati degli steccati separando quelli che stanno da una parte e quelli che stanno dall’altra”, dice, in “Calabria, invece, ancora non ci sono, oppure non li ho visti”. E anticipa a “L’opinione” alcuni appunti (che sta raccogliendo in un libro) sull’uccisione del giudice Scopelliti di cui Falcone “è stato preveggente”. Si sbarazza delle calunnie, infine, di cui è vittima anche da organi istituzionali, così: “è solo per aver prestato il mio servizio a un magistrato giovane e onesto, quale è appunto Luigi De Magistris”.


Quando le hanno revocato la consulenza “Why Not” ha scritto: “mi hanno revocato gli incarichi, ma non mi possono togliere la voglia di sorridere”. Quanto è importante l’ironia nella sua vita?
La mia capacità di sorridere per quanto era successo equivaleva, ed equivale, alla capacità che altri avrebbero dovuto avere per piangere. Ritengo dei fatti veramente inauditi quelli che sono accaduti negli ultimi mesi a Catanzaro. Ne ho parlato con un giornalista straniero, che segue da anni vicende di mafia e nonostante tutto stentava a credermi. Se ci fossimo trovati in una partita di calcio, i fischietti dell’arbitro e dei guardalinee si sarebbero incantati. Nella vicenda di Catanzaro questo non è accaduto, solo perché l’arbitro ed il guardalinee si sono confusi con i falli dei vari giocatori. Le reazioni degli spettatori e della società civile, anche se definiti da taluno una “invasione di campo”, mi pare confermino che non mi sto sbagliando. La gente per bene non si lascia prendere in giro ed ha capito perfettamente quello che è successo a Catanzaro. Hanno messo il bavaglio ai giudici. Ai politici ed ai giornalisti democratici hanno chiesto di abbassare i toni. Ai comici ed ai satiri hanno cercato di zittirli con le querele. Hanno persino cercato di bloccare le fiction televisive, quando dovevano esaltare la dignità dello Stato e della Giustizia nella lotta alla mafia, dopo avere dato una falsa mitizzazione dei mafiosi. Che altro c’è da aspettarsi?

Partiamo da lontano, dalla sua infanzia. Quanto ha influito nel suo lavoro l’essere sempre a contatto con i libri nella libreria di suo padre?
Quando ho frequentato la prima elementare, già sapevo leggere e scrivere. Oggi è una cosa che capita spesso a molti bambini. Allora un po’ meno. I numeri erano la mia passione. Ricordo che mi piacevano più le sottrazioni che le addizioni. Non a caso, ancora oggi, difficilmente mi “addiziono” e molto spesso mi “sottraggo”. A parte l’ironia, io ho fatto pure l’asilo nella libreria di mio padre. In quella libreria, già in prima elementare mi sentivo all’università. Ho letto un’infinità di romanzi per bambini. Ancora oggi trovo ispirazioni in quelle prose. I “Viaggi di Gulliver”, ad esempio, come altre opere dello scrittore irlandese Jonathan Swift, hanno affinato la mia fantasia e la satira, in un misto di ironia tutta castelbuonese. I romanzi di Jules Verne, i primi gialli, hanno fatto il resto. Non avevo ancora compiuto 10 anni quando ho letto “Il Padrino”. Fu così che mandai in soffitta i racconti di Italo Calvino, per dedicarmi a letture più impegnative, con contenuti storici e politici. La storia della Sicilia e della mafia cominciarono ad essere le mie letture preferite. Nel 1975, la lettura de “Il Prefetto di ferro” di Arrigo Petacco e dei primi libri sulla storia della mafia, hanno sostanzialmente segnato le mie scelte professionali di molti anni dopo.


Mi parli della famosa “marcia a piedi” da Castelbuono a Cefalù con i suoi compagni delle scuole superiori.
Quella è stata una delle tante iniziative di protesta del movimento studentesco madonita di quel tempo. Forse la più clamorosa, anche per la diffusione mediatica che ha avuto. Ancora oggi viene ricordata come un momento di grande conquista civile dai miei coetanei e dagli anziani, che avevano la nostra età di adesso. All’epoca gli istituti scolastici superiori erano concentrati nei comuni più grandi delle province siciliane. Chi voleva proseguire gli studi, doveva servirsi degli autobus di linea o dei treni. Per questo, solo i figli delle famiglie benestanti potevano permettersi il costo degli abbonamenti mensili, che si sommavano agli oneri dei libri, necessari per frequentare le scuole superiori. La conseguenza pratica era che tanti giovani promettenti e volenterosi, di origini umili e contadine, non potevano consentirsi queste spese ed erano costretti, inesorabilmente, ad abbandonare gli studi.

E dopo che successe?
Dopo quella rocambolesca iniziativa della marcia a piedi a Cefalù, la Regione Siciliana varò una legge, che oggi garantisce a tutti gli studenti siciliani il pagamento dell’abbonamento mensile dei mezzi di trasporto, per frequentare qualunque scuola. Quella non fu che una delle tante iniziative di protesta civile di quegli anni. Altre battaglie furono fatte per la realizzazione degli istituti scolastici. All’epoca, quasi tutte le scuole erano ubicate in locali precari e presi in affitto, dagli immobiliaristi della zona. Gli Enti locali, per anni, avevano fatto finta di considerare la scuola come un optional della società. I problemi della scuola e degli studenti venivano affrontati con pressappochismo. L’unica attenzione dei politici era rivolta alla stipula dei contratti di locazione con i privati, rinnovati sempre a condizioni capestri per la pubblica amministrazione. I fondi dei bilanci degli Enti locali, praticamente, si trasferivano nei portafogli degli immobiliaristi, per i canoni degli affitti da capogiro. Nessuno pensava a costruire delle scuole, moderne e funzionali. Qualunque saggio amministratore, come un buon padre di famiglia, avrebbe pensato a stipulare un mutuo e, con non molto meno di quello che pagava per gli affitti, avrebbe costruito degli edifici scolastici nuovi e funzionali. Ebbene, con le occupazioni degli istituti e delle aule consiliari dei comuni, quando minacciammo che avremmo pure occupato il Duomo di Cefalù, si decisero a finanziare la costruzione delle nuove scuole, realizzate nelle aree frattanto espropriate. Dopo anni, quelle scuole sono state costruite ed oggi, con tanta commozione ed orgoglio, ci ritorno ogni anno, nella giornata del 23 di maggio, in occasione delle commemorazioni delle vittime della strage di Capaci del 1992, in cui furono trucidati (con l’esplosione di tutte e due le carreggiate di un’autostrada) il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti scorta. Fra quei poliziotti c’erano pure dei miei amici, fra cui Falcone, con cui avevo pure lavorato. Non riesco a descrivere la commozione che provo, ogni anno, nel parlare a quegli studenti, in quelle scuole. Fra loro ci sono anche i miei figli. Di molti altri ragazzi, solo dal rassomiglio dei volti, riesco a intuire il profilo delle loro madri e dei loro padri, che furono i miei compagni di scuola di quel tempo, in quelle battaglie civili e democratiche per il diritto allo studio e per una scuola migliore. Quelle scuole che per noi erano un sogno, oggi sono una realtà per i nostri figli. Questo rapporto con i giovani e con la scuola, a cui ho sempre tenuto, lo ritengo il momento più importante del mio essere poliziotto, cittadino e consulente dell'Autorità Giudiziaria. Forse qualcuno, ancora adesso, non lo ha ancora capito. Se si vuole migliorare e far crescere una società e se si vuole veramente debellare la mala pianta della cultura mafiosa, è proprio sui giovani e sulla scuola che bisogna puntare. Le leggi eccezzionali, il carcere duro per i mafiosi ed i corpi speciali di polizia, servono ben poco per combattere la mafia, quando questa si annida in una pseudo cultura, alla quale si ispirano ancora oggi molti giovani, specie in Calabria, per le deficienze ed i li miti di una sana cultura della legalità e del rispetto dello Stato. Ero e sono convinto che sotto il profilo della prevenzione criminale e mafiosa, ad esempio, un bravo insegnante elementare o di scuola media, come un professore di liceo, possano dare un contributo maggiore e più efficace nel contrasto alla cultura mafiosa, più di quanto non possano fare un maresciallo dei carabinieri o un commissario di pubblica sicurezza messi insieme. Non sono solo i mafiosi in quanto tali ad essere pericolosi per la società, ma è la cultura ed i messaggi subliminali che riescono a trasmettere ai giovani che, in prospettiva, rappresentano il pericolo maggiore.


Che cosa ha di speciale il suo paese, Castelbuono, che giudica così “civile e democratico”?
Mi riferisco alla storia di Castelbuono e delle Madonie. Nell’hinterland madonita, ed in paesi distanti pochi chilometri in linea d’aria da Castelbuono, hanno trovato i natali pericolosissimi boss mafiosi di “Cosa Nostra”. Dalle iniziative rocambolesche di Cesare Mori (il Prefetto di ferro) con l’assedio di Gangi, fino ai nostri giorni, la storia giudiziaria ce lo conferma. Autorevoli pentiti hanno definito le “Madonie” la Svizzera di “Cosa Nostra”. Alcuni dei capi mafia della Madonie, che partecipavano in modo autorevole alla “Commissione” di “Cosa Nostra”, con Totò Riina e Bernardo Provenzano, sono stati condannati all’ergastolo, per la partecipazione alle stragi del 1992 e per tanti altri crimini. Orbene, nonostante le influenze del triangolo mafioso dei paesi vicini, Castelbuono ha rappresentato da sempre un’oasi di legalità.

Si spieghi meglio.
Intendo dire che Castelbuono ha sempre saputo mantenere intatta una cultura civile e democratica, unita ad un profondo senso dello Stato e rispetto delle istituzioni e delle sue leggi. Questi valori, che sono comuni nel modo di essere di ogni castelbuonese, hanno bloccato sul nascere qualunque possibile infiltrazione mafiosa, tanto nel mondo dell’imprenditoria, che della politica. In questo, mi sia consentito, credo che più di tutti abbiano inciso la formazione e la tradizione culturale dei castelbuonosi. Sono tantissimi, in tutto il mondo, gli studiosi e gli scienziati di Castelbuono, che si sono distinti ognuno nelle loro professioni. Dai ricercatori universitari ai giornalisti, dai medici agli scienziati e financo ai sacerdoti ed ai vescovi. Tutti i castelbuonesi nel mondo si sono fatti portatori della cultura della semplicità e del bene. Di una semplicità che non è ipocrisia, ma che è profondo rispetto del prossimo e che, nel rispetto del prossimo, è rispetto dello Stato e delle sue leggi. In questo senso ritengo il mio paese un esempio di civiltà e di democrazia, anche per la forte vocazione sociale che accompagna l’impegno lavorativo, i rapporti interpersonali ed il modo di essere di noi castelbuonesi.

Quanti Castelbuono ci sono in Sicilia?
Non è facile fare una statistica o ancora di più una “graduatoria”. Non vorrei, in questo, essere travisato. Quando parlo di Castelbuono sicuramente lo faccio con la nostalgia di chi vive nel ricordo del proprio paese e della propria infanzia. Lungi da me ogni velleità di campanilismo. Peraltro, vivo a Palermo, viaggio di continuo e riesco a raggiungere Castelbuono solo per poche ore, in pochi giorni dell’anno. Posso confermarle, però, che quella che è la cultura civile ed il senso dello Stato che colgo a Castelbuono, lo ritrovo oggi in molti altri comuni del circondario e della Sicilia. Anche in paesi che hanno avuto nel passato forti caratterizzazioni mafiose, da Corleone a Mistretta, da San Mauro Castelverde e Gangi. In questo, mi sia consentito, rivedo ancora una volta il contributo dei giovani e della cultura. Dai bravi maestri della scuola elementare fino ai professori delle medie e delle scuole superiori. In Sicilia, per mano della mafia, abbiamo pagato un contributo di sangue e di dolore che non ha eguali in nessuna parte del mondo. Una vera guerra, in cui oltre ai mafiosi sono stati trucidati magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, sacerdoti, uomini delle istituzioni e della politica, inermi cittadini e finanche degli innocenti bambini. Noi siciliani, però, abbiamo forse avuto la capacità di riconvertire questo contributo di sangue e di dolore, nella cultura del “bene” e della legalità. Dopo le stragi del 1992, grazie alla grande rivolta della società civile contro le “mafie”, sono stati alzati in Sicilia degli steccati, che hanno separato chi sta da una parte e chi sta dall’altra. Quegli steccati hanno funzionato e funzionano ancora oggi in Sicilia, in particolare, nel mondo delle istituzioni e della magistratura. In Calabria, se mi consente, questi steccati io non lo ho visti e se ci sono, sono molto ben nascosti. In Calabria come in Sicilia ci sono tante, tantissime, persone per bene. Ci sono tanti, tantissimi, servitori dello Stato e Magistrati che fanno il loro dovere, con impegno e professionalità ed in condizioni di difficoltà che non hanno eguali in nessuna parte d’Italia. Nemmeno in Sicilia. Forse, però, il fatto di non avere visto morire dei propri colleghi fra i magistrati e gli investigatori, non ha dato ad una certa parte delle strutture giudiziarie calabresi quella tensione morale e quel senso della separatezza e dell’indipendenza dalla politica e dagli interesse di parte, che altri uffici giudiziari siciliani hanno saputo darsi e mantenere, dopo le stragi del ‘92.

Ma in Calabria è stato ucciso pure il giudice Antonino Scopelliti?
Si lo so, e mi sono occupato pure di recuperare le originali considerazioni che di quell’omicidio ha fatto nei suoi diari Giovanni Falcone. Anche in questo Falcone è stato preveggente. Quell’omicidio è stato per la Calabria quasi una meteora, come se non fosse avvenuto o come se Scopelliti non fosse un calabrese o, ancora peggio, come se non fosse un magistrato. Qualcuno ha pure considerato che solo per caso Scopelliti è stato ucciso in Calabria. Mi auguro che qualcuno non mi smentisca pure sull’omicidio o peggio sostenendo che Scopelliti è morto per un’intossicazione alimentare. Gli esiti giudiziari delle indagini su quell’omicidio non mi pare smentiscono l’ilarità delle mie considerazioni che, come dicevo, partono dal triste presagio di Giovanni Falcone. Forse molti giovani magistrati che lavorano in Calabria non hanno letto le carte di quel processo. Sto scrivendo su quell’omicidio e sulla vicenda umana dell’uccisione del giudice Antonino Scopelliti un approfondimento, che partirà proprio dalle annotazioni di Giovanni Falcone nei suoi diari, per arrivare ad oggi, nella considerazione di quello che è il ruolo della magistratura calabrese. Se qualcuno al Ministero della Giustizia o al Consiglio Superiore della Magistratura pensa che l’unico problema della magistratura calabrese sia il giudice Luigi de Magistris e allora forse il caso di riflettere seriamente su quelle che sono le reali volontà dello Stato di contrastare davvero l’illegalità e la mafia in Calabria. A proposito del giudice Scopelliti ricordo ancora le risultanze di un’indagine di qualche anno fa, originata proprio dagli scritti di Giovanni Falcone e dal monitoraggio delle sentenze di mafia della Cassazione, che Falcone aveva avviato quando occupava il posto di Direttore Generale degli Affari penali, al Ministero della Giustizia, prima che lo facessero saltare in aria a Capaci. In un’indagine su un magistrato, mi occupai dell’annullamento di un’ordinanza del Tribuanle del Riesame di Reggio Calabria, scritta in modo esemplare da un bravissimo giudice calabrese, Salvatore Boemi. Nei giorni immediatamente precedenti all’udienza della Cassazione che ha annullato quell’ordinanza (che riguardava proprio delle infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione) ho rilevato una triangolazione di telefonate fra il fratello degli indagati (pure lui indagato) e le utenze dell’abitazione del Presidente e del Giudice estensore della motivazione della sentenza della Corte di Cassazione, che ha annullato senza rinvio l’ordinanza del Presidente Boemi, disponendo l’immediata scarcerazioni degli indagati e compromettendo irreversibilmente il seguito di quel procedimento. Mi si potrà obiettare che delle telefonate fra buoni amici non significano nulla, nemmeno quando queste riguardano un Presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed un Giudice che è chiamato a redigere la motivazione del provvedimento di annullamento della misura cautelare, nei confronti di un indagato, fratello di quello che gli telefona e che è pure indagato in quel procedimento. Se nessuno si meraviglia di questo, non c’è nemmeno da meravigliarsi come mai, fino ad oggi, siano rimasti impuniti gli assassini del Giudice Antonino Scopelliti.


Da quando frequenta la Calabria quanti paesi come Castelbuono ha conosciuto?
Ho conosciuto in Calabria tanti pesi e tanti posti bellissimi. Anche molto più belli di Castelbuono. Boschi, spiagge, alture e paesaggi stupendi. Mi rammarico di avere visitato quei posti solo per ricostruire delle dinamiche omicidiarie e delle cruenti stragi. Non sono ancora riuscito ad organizzare una vacanza in Calabria, né un tour turistico, che non segua gli itinerari dei killer ed i luoghi degli agguati di mafia, consumate a colpi di Bazooka e di Kalashnikov. In Calabria, però, ho visto pure tanti scempi ambientali. Ho visto una speculazione edilizia che ha deturpato irrimediabilmente scorci naturalistici bellissimi. Ho visto disastri idreogoligici ed ambientali, frutto di una scellerata politica di gestione del territorio. Anche in questo ritengo che la cultura ed il rispetto dell’ambiente siano valori che solo le scuole e l’istruzione possono dare ai giovani di oggi, che saranno i buoni cittadini di domani.

Qualche esempio?
A Castelbuono come in Calabria c’è un parco naturalistico ed una vasta area boschiva. A Castelbuono, come in Calabria, ci sono tanti onesti lavoratori, che operano nel mondo della forestazione. Ebbene, i boschi di Castelbuono non si sono mai incendiati, mentre quelli calabresi vanno in fumo inesorabilmente, anno dopo anno. Questa, per me non è solo una casualità e con questo penso di averle pure dimostrato come, una certa cultura della legalità e del senso dello Stato, non valgono solo nel contrasto alla mafia, ma si traducono anche nel rispetto dell’ambiente, che equivale al rispetto del prossimo, al pari di come si rispetta se stessi.

Stato, Giustizia e Verità. Quale al primo posto?
Indubbiamente al primo posto c’è la “Verità”. Non c’è “Giustizia” senza “Verità” e non ci può essere “Stato” senza “Giustizia”. Per “Giustizia” non intendo però una “giustizia di plastica”. Una giustizia che, come vogliono alcuni, sia forte ed inesorabile con i deboli e debole ed indulgente con i forti. Una giustizia delle “carte a posto”, come la concepisce qualcuno in Calabria e come altri, lontano dalla Calabria, vorrebbero che fosse la giustizia calabrese. Una “Giustizia” che abbia la capacità prima di tutto di guardare dentro se stessa, di rinunciare ad interessi, privilegi e compromessi con il potere, guardando solo alla ricerca della “Verità” ed al rispetto ed all’applicazione della “legge”. Di una “Giustizia” semplice, rapida, indipendente ed efficace, che abbia la stessa capacità di dirimere i conflitti sociali e farsi valere nei confronti di tutti coloro che sbagliano. Mafiosi, ndranghetisti, trafficanti di droga e se del caso politici e colletti bianchi. Penso ad una “Giustizia” silenziosa e non protagonista, che venga amministrata anche in Calabria non in nome di una “casta”, ma “in nome del popolo”, proprio come vuole la Costituzione. Penso ad una “Giustizia” che anche in Calabria possa affermare il primato della “Legge” e nell’affermarlo faccia valere il principio di una “Legge” che “sia uguale per tutti”. Può darsi che io, per il solo fatto di credere in queste cose, venga considerato un eretico, un eversore o addirittura un folle. E’ forse è anche per questo che risulto un consulente scomodo ed inadeguato, specie per qualche magistrato. Poco mi importa e di questo, comunque, non voglio parlare. Dico solo che confido ancora nella Giustizia e nel tempo. Insieme hanno sempre saputo dare ragione ai giusti.

Nella biografia di un “mascalzone”, da lei stesso redatta, traspare un forte senso dello Stato, dello stato di diritto, delle Istituzioni, e delle “divise” degli avvocati e dei giudici. Scrive anche che “chi fa il proprio dovere con onestà e professionalità non ha nulla da temere da chi lo fa allo stesso modo dall’altra parte”, perché?
Non vorrei lei facesse un’enfasi dei miei concetti. Non vorrei nemmeno sembrare retorico. Non penso di avere scoperto l’acqua calda, scrivendo quello ho scritto nel mio blog “Legittima difesa” (
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/). Io sono un uomo semplice e vivo di cose semplici. Dal mio modo di vestire agli alimenti di cui mi nutro, bado solo alla qualità di tutto quello che faccio, che dico, al pari dei cibi che mangio. Non amo le cose sofisticate e prediligo le cose semplici e genuine. Il senso dello Stato per me è il modo di essere e di concepire la vita, che qualunque cittadino dovrebbe avere e sentire dentro di sé, specie quando è chiamato ad esercitare pubbliche funzioni. Quando queste funzioni non sono solo meramente amministrative, ma raggiungono anche gli ambiti della giurisdizione penale, il senso dello Stato e della legalità devono essere maggiori, come pure il livello di guardia da mantenere, per evitare che questi principi vengano compromessi. Mi spiego meglio. Chi, con il proprio lavoro, di investigatore, di pubblico ministero, di avvocato o di giudice, può incidere irreversibilmente nel compromettere il bene giuridico più importante per ogni uomo, dopo la vita, qual è appunto la libertà personale, dovrebbe rappresentarsi in ogni momento della propria giornata l’importanza di questi valori e di questi principi. In questo, non a caso, faccio anche riferimento agli avvocati, posto che non vi potrà mai essere una “giustizia giusta” se non sono state date all’indagato tutte le garanzie di difesa previste dall’ordinamento. E lì che i difensori hanno un ruolo fondamentale, posto che il risultato della loro concreta capacità ed applicazione professionale, in uno con quella dei pubblici ministeri e delle altre parti del processo, rende credibile per i cittadini (il popolo) il risultato dell’attività giurisdizionale. I processi e le sentenze, altrimenti, risulterebbero solo una fictio, né più e ne meno del processo di Kafka o di un film di Totò o di Alberto Sordi.

Scrive anche che la mafia rispetta “il processo, le leggi e le sue regole” e che “non tenta i golpe”. Cosa vuole dire? C’è un riferimento alle vicende calabresi ed alla sentenza Lo Piccolo ed a quelle delle stragi, che lei cita nel suo blog?
Senza dubbio. La mafia ed i mafiosi, tanto quelli siciliani che quelli calabresi, nella loro assurda ed aberrante condotta violenta e sanguinaria, alla fine hanno accettato e subito le indagini ed i processi. In certi casi hanno cercato di corrompere giudici ed investigatori, per non farsi indagare e processare. In altri casi, quando non hanno potuto fare altrimenti, li hanno pure uccisi. In tutti i casi, però, si sono fatte le indagini ed i processi. Nelle vicende calabresi, che non riguardavano nemmeno fatti di mafia, non si è nemmeno potute proseguire delle indagini iniziate, posto che si è cercato subito di impedirle, di bloccarle con ogni mezzo. Di più non posso dire per quello che è il mio ruolo. Spero che di questo si siano resi conto quelli che hanno il compito di farlo. Io, come dicevo, sono sempre fiducioso nella “Giustizia”. E’ una macchina che spesso procede a rilento, ma alla fine raggiunge il traguardo. Quello di cui mi rammarico, purtroppo, sono tutte le “fermate” che questa macchina ha fatto lungo il tragitto ed i numerosi “passeggeri” che ha lasciato per strada. Io ho la coscienza a posto e sono sereno. Non penso che altri protagonisti di questa vicenda possano dire di avere la mia serenità. In questo senso lo specchio del bagno di casa mia, dove mi guardo la mattina quando mi alzo dal letto, è il migliore giudice. Io vedo nel mio specchio un uomo fiero e sorridente. Voglio solo augurarmi che gli specchi dei bagni di altri, possano avere la stessa fortuna del mio.

E’ vero che ha intercettato dei giornalisti?
Nella mia vita non ho mai intercettato nessuno. Sfido chiunque a dimostrare il contrario, ma non ho mai eseguito una, che si dica una sola, intercettazione telefonica o ambientale. Io mi limito ad elaborare ed analizzare dati ed atti processuali che pubblici ministeri e giudici si determinano di acquisire nel pieno rispetto delle norme di legge e con il controllo costante delle parti processuali, a cui vengono sottoposte le acquisizioni e le mie relazioni, dopo il loro deposito. Non commento quello che viene scritto da alcuni ben precisi organi di stampa. I calabresi non mi conoscono ma, fortunatamente, conoscono molto bene chi scrive certi articoli. Io posso solo dirle che annovero alcuni giornalisti fra i miei migliori amici. In uno Stato democratico considero fondamentale il ruolo ed il controllo della stampa, anche dell’attività giurisdizionale, come delle politica e dell’amministrazione della cosa pubblica. Dopo avere detto di me che avrei intercettato il Presidente del Senato, il Vice Presiedente del CSM, i Procuratori ed i politici di mezza Italia, adesso, e non a caso, ci hanno messo dentro pure i giornalisti, tirandone dentro in tanti, nel tentativo di nascondere i pochi. Anche in questo io ho la coscienza a posto e con me il giudice Luigi de Magistris. La solidarietà che mi giunge da tanti coraggiosi magistrati calabresi, dai tanti poliziotti, carabinieri e finanzieri con cui lavoro, si aggiunge a quella dei giornalisti democratici come lei, che non hanno nulla da temere dalla mie presunte ed in verità inesistenti “intercettazioni”. Con lei i tanti calabresi onesti che mi scrivono alla mia e-mail e sul mio blog, anche con telefonate e messaggi personali di solidarietà e di affetto, che mi danno la forza di continuare. La Calabria come la Sicilia sono delle regioni meravigliose, come meravigliosa è la loro gente che con forza chiede allo Stato ed alle sue istituzioni un segnale di giustizia. Auguriamoci solo che queste tante persone per bene non rimangano ancora una volte deluse, dopo tutto quello che è successo. Non posso dirle altro nel merito del mio lavoro, per il dovere di riserbo che mi costringe a tacere, anche a costo di subire come sto subendo le accuse, le calunnie e le umiliazioni più infamanti, solo per avere accennato a fare il mio dovere, al servizio di un magistrato giovane ed onesto, qual è appunto Luigi de Magistris. Gli hanno tolto le indagini e mi hanno revocato gli incarichi, ma nessuno riuscirà a togliermi la libertà di pensare e di agire come ho sempre pensato ed agito. In piena libertà ed indipendenza, al servizio dello Stato, della Verità e della Giustizia.

Gioacchino Genchi

http://www.gioacchinogenchi.it/
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/

sabato 10 novembre 2007

L’attacco di Iannuzzi su Panorama: un attestato di perbenismo

Senatore Raffaele Iannuzzi (detto Lino),
noto che già, per la seconda volta, sono diventato il suo bersaglio preferito.
Dopo la pubblicazione del suo articolo sull’ultimo numero di Panorama (08-11-2007-15-11-2007), fra i tanti, mi ha chiamato pure un alto magistrato, con cui ho lavorato per anni a Palermo e che non sentivo da tempo. Mi ha detto: «Genchi, non si scoraggi. Essere attaccato da Iannuzzi è il più lusinghiero attestato di perbenismo che le poteva giungere».
Per delicatezza non faccio il nome del magistrato, ma sono sicuro che, primo o poi, si farà sentire lui.
Ecco perché mi accingo a risponderle sul mio blog, visto che non sono collegato a nessun gruppo editoriale.
Nel mio blog - per di più - non ho nemmeno problemi di spazio, come forse ce li ha lei nel suo giornale, dove la trovo sempre più ristretto.
Io, di certo, non so usare la penna come la usa lei.
Lei scrive benissimo, persino le diffamazioni.
Forse è anche per questo che, dopo diverse condanne giudiziarie, l’hanno pure graziata.
Nulla da eccepire sulla "grazia". Concordo pienamente sul fatto che nessuno debba andare in carcere per le proprie idee, comunque le abbia professate, anche diffamando, in modo ignominioso, magistrati e servitori dello Stato.
Sul mio conto, però, penso proprio che non ci ha azzeccato.
Non è stato capace nemmeno di fare satira.
Accostarmi a Tommaso Buscetta non ha fatto ridere nessuno.
A parte la boutade su Travaglio e su Santoro - che ho capito ancora meno del resto dell’articolo - la ringrazio di non avermi quanto meno attribuito alcuna appartenenza politica, o padroni in alto loco.
Si vede che sul punto le sue “veline” erano aggiornate.
Sul resto, mi creda, l’hanno proprio portata fuori strada.
Posso pure intuire il perché.
Ebbene è proprio il caso che io le precisi – ove lei avesse scritto quelle cose in buona fede, solo perchè male informato - che nella mia vita e nel mio lavoro non ho mai installato, ceduto, detenuto, acquistato, noleggiato, ricevuto ed in qualunque modo maneggiato, attrezzature, impianti, apparecchiature, congegni (singoli o assemblati), in qualunque modo utilizzabili o utilizzati per attività intercettiva e/o captativa, di dialoghi, conversazioni telefoniche, immagini, suoni, o altro.
Nella mia vita non ho nemmeno mai altresì eseguito - né come consulente, e nemmeno come Funzionario di Polizia - una sola (che si dica una!) intercettazione telefonica, o ambientale.
A mala pena, a casa mia, ho qualche volta inavvertitamente alzato il telefono dello studio, non curandomi che mia moglie parlava con sua madre, dall’altro telefono della cucina.
Non ci ho capito niente lo stesso: parlavano in sloveno.
Nel mio lavoro ho solo analizzato dati processuali, trascrizioni, intercettazioni ed altro materiale investigativo, preventivamente acquisito agli atti dei procedimenti penali, su disposizione e sotto la direzione del Pubblico Ministero e con il controllo e l’autorizzazione del Giudice.
A proposito della tanto enfatizzata disponibilità di «dati», che avrei accumulato negli anni, vedo proprio che lei - egregio senatore - ha con l’informatica (e forse anche coi processi), lo stesso rapporto che ho io con la panca degli addominali.
Se solo si sforza a considerare in cosa è consistito ed in cosa consiste il mio lavoro - come risulta dai processi in cui ho partecipato - in venti anni ho trattato molto meno «dati» (tabulati, verbali, intercettazioni, ordinanze, sequestri ed altri atti processuali), che un modesto studio legale acquisisce legittimamente in un anno (fra cui anche quelli allegati alle mie relazioni), con le semplici ostensioni documentali, successive al deposito degli avvisi di conclusione delle indagini.
Questo tanto per quanto riguarda gli studi legali di difensori titolati, che gli avocati che si limitano alle difese d’ufficio ed ai gratuiti patrocini.
In più, ci sono migliaia di consulenti e di periti, che in Italia fanno pressappoco il mio stesso lavoro (ad esempio con le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche), e trattano dati, brogliacci, trascrizioni e tabulati, mille volte più numerosi di quelli che io, invece, mi limito solo ad analizzare.
Mentre gli altri consulenti e periti riescono a fare cento consulenze, io - a mala pena - ne finisco una.
Questo perché io non copio, non sento e non trascrivo nulla.
Mi limito solo ad elaborare ed analizzare quello che gli altri hanno sentito, scritto e riportato nei verbali.
Ma le dirò di più. Subito dopo il deposito delle mie relazioni ai magistrati, le mie consulenze diventano pubbliche.
Gli avvocati si fanno le copie e le assicuro ci fanno le pulci.
Al processo arriviamo coi loro computer e li avviene il confronto e la discovery completa dei «dati».
Mi vuole dire dov’è il mistero in tutto questo?
Forse io tratto «dati» che non potrei analizzare e valutare per conto del P.M. e gli avvocati sì, per conto dei loro assistiti?
E se cosi fosse che me ne farei, senza poterli validamente utilizzare nel processo?
Dopo le indagini ed i dibattimenti i tanto temuti «dati» di cui le parla, vengono versati agli uffici giudiziari, che ne hanno ordinato, diretto e controllato le acquisizioni.
A me rimangono le relazioni, per le quali assumo lo status di testimone per tutta la vita.
Su una perizia fatta per il Tribunale Militare di Palermo, ho deposto per quasi cinque anni in tutti i Tribunali Militari italiani e le Corti d’Appello Militari, che se la erano scambiata, in centinaia di altri dibattimenti, su imputati concorrenti col primo, di cui solo mi ero occupato (si trattava dell’indagine sulle truffe militari dell’Hotel Eton, di Roma).
In diversi processi di omicidio, di mafia e di droga, con le mie consulenze e le perizie, si sono ribaltate le sorti di imputati innocenti, detenuti in carcere per anni.
Potrei fornirle una lunga sfilza di sentenze, di ordinanze, confermate in vari gradi di giudizio, che hanno dato libertà ed assoluzione ad indagati ed imputati, ingiustamente detenuti in carcere, ingiustamente accusati e ingiustamente condannati.
Tutto questo, anche se dispiace, attiene alla fisiologia e non alla patologia del processo penale, in uno stato civile e democratico.
Stupirsene e pretendere una giustizia del “doppio binario” – una per i semplici, un’altra per i potenti – attiene a chi non crede nei principi costituzionali dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e del giusto processo, in base ai quali sono state emesse le pronunce giurisdizionali, che mi sono permesso di richiamare alla sua attenzione.
Sono certo che quelle letture la farebbero riflettere prima di scrivere certe cose, se ancora si ritiene un giornalista libero, che risponde alla propria coscienza ed alla verità, come faccio io nel mio lavoro.
Sì, perchè il suo mestiere di giornalista, come il mio di consulente, pur essendo molto diversi, se svolti correttamente, alla fine dovrebbero portare allo stesso risultato: la ricerca e l’affermazione della “VERITA”!
A proposito dei «dati» delle mie consulenze e delle mie perizie, si vada a vedere pure i tanti processi di Appello in cui ho svolto gli incarichi, ribaltando la posizione di imputati ingiustamente condannati o erroneamente assolti.
Non le accenno ai processi di “revisione”, forse perché il termine le potrebbe risultare difficile.
Comunque ci sono anche quelli nel nostro ordinamento processuale, che è uno dei più civili di tutto il mondo.
In tutto questo, nel fare solo il mio lavoro, io sarei addirittura un pericolo per la democrazia e per la privacy.
Qualcuno forse ha mai forse censurato gli avvocati, che legittimamente acquisiscono e trattano gli stessi «dati» dati dei processi, in misura assai maggiore di quanto faccia io col mio lavoro?
L’unica differenza è che io faccio questo solo per conto dei Pubblici Ministeri e dei Giudici, nel pieno rispetto della legge e sotto il controllo dei difensori degli imputati e delle altre parti processuali.
Perché lei lo sappia, nessuno - tranne le inevitabili eccezioni difensive - ha mai eccepito nei processi la correttezza sostanziale e formale del mio operato.
Al più, il mio dispiacere è quello di non avere mai potuto approntare il mio lavoro nell’interesse delle difese, essendo un Funzionario della Polizia di Stato, sebbene in aspettativa non retribuita.
Già, perché lei - forse - non sa che io, per fare il mio lavoro di consulente dell’Autorità Giudiziaria, ho rinunciato allo stipendio ed ad una florida carriera in Polizia.
In fondo ho servito solo e soltanto lo Stato.
Ho lavorato per la “GIUSTIZIA”, cercando solo e soltanto di ricercare e di affermare la “VERITA’”.
Sono rimasto sempre nell’ombra e non ho mai cercato la ribalta.
Vivo di poco con la mia famiglia ed i miei pochi (ma buoni) amici.
Nel fare il mio lavoro non ho mai guardato in faccia nessuno, ma non per questo mi sono considerato un “Robin Hood”, solo perché stavo indagando sui potenti.
Ho avuto sempre rispetto degli indagati e degli imputati, vuoi che si trattasse degli extracomunitari, dei profughi e degli scafisti di Lampedusa; vuoi che si trattasse di mafiosi, rapinatori ed assassini; vuoi che si trattasse di soggetti che rivestivano lo status di Presidente del Consiglio dei Ministri (e non mi riferisco solo a Prodi!).
In questo non mi sono nemmeno lasciato condizionare dalla scelte processuali dei Pubblici Ministeri che mi avevano conferito gli incarichi e gliene posso fornire tangibili conferme.
Provi ad informarsi e vedrà in quante occasioni le mie consulenze sono giunte a risultati diametralmente opposti, a quelli a cui erano giunti i magistrati, prima di conferirmi gli incarichi.
Grazie al mio lavoro molti imputati (anche detenuti) sono stati assolti ed altri soggetti - che nemmeno erano indagati - sono stati riconosciuti colpevoli e condannati.
Egregio senatore Iannuzzi, chi l’ha imboccata contro di me non le ha nemmeno detto che, nel lontano 1998, ho svolto una consulenza tecnica per conto di quei Pubblici di Ministeri di Palermo, che per tanti anni mi hanno preceduto come suoi bersagli preferiti.
In quel procedimento era indagato il senatore Marcello Dell’Utri.
Dei pentiti lo avevano accusato di avere ordito un complotto calunnioso contro altri pentiti, per delegittimare il lavoro dei magistrati che lo indagavano.
La Procura aveva svolto delle indagini ed alla fine aveva chiesto al GIP una ordinanza di custodia cautelare in carcere per il parlamentare.
Il GIP di Palermo - rilevati i presupposti - aveva ordinato la cattura del senatore Marcello Dell’Utri, che però non poteva essere arrestato, in quanto parlamentare in carica.
Richiesta l’autorizzazione al Parlamento, non fu concessa.
Solo per questo Marcello Dell’Utri non è andato in prigione.
Al processo la situazione non era mutata, rispetto alla richiesta cautelare, eccetto l’aggiunta delle dettagliate relazioni e degli elaborati della mia consulenza che, frattanto, avevo ultimato.
Dopo diverse udienze e scambi di battute, fra accusa e difesa, alla fine il senatore Marcello Dell’Utri è stato assolto.
Alla base della sentenza - che la invito a leggere - un forte dubbio del Tribunale di Palermo, sulla prova della sua colpevolezza, che proprio la mia consulenza aveva chiaramente messo in luce, datando l’epoca dei contatti del parlamentare con i pentiti, in un momento assai successivo alla pianificazione del complotto fra di loro, che pure c’è stato.
Anche lì – caro senatore - non ho avuto alcuna esitazione ad affermare la verità, per quella che era, come sempre ho fatto in tutti i processi.
Poco mi sono curato di quelle che erano le tesi o le aspettative dei Pubblici Ministeri che mi avevano conferito gli incarichi, di fronte all’evidenza delle risultanze, che avevo contribuito ad acquisire, ad analizzare ed ad esporre al dibattimento.
Proprio in quel processo - i magistrati di Palermo sono stati ancora più corretti e leali di me - fino al punto da far riammettere al dibattimento quella consulenza, che era stata tanto osteggiata ed in un primo tempo estromessa, proprio a richiesta della difesa di Dell’Utri.
Alla fine il senatore Marcello Dell’Utri è stato assolto.
I pubblici ministeri hanno proposto appello.
Poco mi interessa l’esito definitivo di quel processo. Io ho soltanto fatto il mio dovere, con rispetto assoluto di tutte le parti processuali: dai magistrati che mi avevano conferito l’incarico, fino ai giudici del Tribunale, ai bravi difensori di Dell’Utri che sono riusciti a farlo assolvere, ed allo stesso imputato. Sfido chiunque a dimostrare il contrario, in questo come in tutti gli altri processi a cui ho partecipato, anche quando alla sbarra vi erano anche sanguinari assassini e boss di “Cosa Nostra”.
Forse lei non sa, caro senatore, che chi nella vita ha indossato la toga di avvocato, anche per poco, non potrebbe ragionare in modo diverso, qualunque altro lavoro fosse chiamato a fare nella vita.
Io quella toga non l’ho buttata alle ortiche e la guardo sempre con molta ammirazione, tutte le volte che apro il mio armadio dove è custodita.
Allo stesso modo e con pari rispetto guardo alle altre “toghe”, di quanti con onestà e professionalità lavorano correttamente nell’apparato giudiziario, dagli avvocati ai pubblici ministeri, dai giudici a i presidenti dei collegi, fino ad arrivare ai cancellieri ed agli ufficiali giudiziari, che assistono ai lavori delle udienze.
Ecco perché altri imputati “eccellenti” – fra cui l'onorevole Salvatore Cuffaro – dopo avermi attaccato (e pure in Parlamento il suo partito) oggi si difende utilizzando le mie relazioni di consulenza ed i testi delle mie deposizioni al processo, come si è visto nella trasmissione su “La 7” con Ferrara, a cui – ironia della sorte - ha partecipato pure lei.
Quando Cuffaro ha parlato di me in quella trasmissione, forse lei era distratto dalla necessità di dovere attaccare a tutti i costi i magistrati di Palermo. Forse non si è nemmeno accorto di quello che ha detto su di me e sul mio lavoro. Ferrara, invece, se ne è accorto bene ed ha pure commentato, anche se con sottile ironia.
Questi – con ironia o con satira, comunque li voglia considerare - sono fatti senatore, non parole!
Legga le mie consulenze, i verbali delle udienze, le ordinanze e le sentenze e vedrà.
Se dopo quello che le ho detto, lei pensa ancora di me le stesse cose che ha scritto, faccia pure.
Non mi accosti, però, a Tommaso Buscetta. La prego.
Non mi appartiene né per storia, né per età, né per mestiere.
Ognuno di noi ha la sua storia. Ognuno di noi è la sua storia.
Nel mio lavoro non ho mai avuto a che fare coi pentiti e non mi sono mai innamorato dei pentiti.
Diffidi molto da chi le ha passato la “velina” sul mio conto, visto che le ha nascosto quello che ho fatto io, proprio con riguardo ad uno storico pentito, che vedi caso faceva il palio con Buscetta.
A parte quella vicenda – che può approfondire sul mio blog “Legittima difesa” (http://gioacchinogenchi.blogspot.com/) – sono molte altre le occasioni in cui mi sono occupato di “pentiti”.
Sono stato chiamato a riscontrare le loro dichiarazioni e in molti casi, col mio lavoro, li ho anche sbugiardati, fatti arrestare e condannare.
In altri casi le dichiarazioni dei pentiti sono state valorizzate ed arricchite con tanti e tali riscontri esterni che, alla fine, nei processi, non c’è stato nemmeno bisogno di sentirli. Sono bastate le mie relazioni e le mie testimonianze, per far condannare gli imputati.
Non ho mai ragionato, o agito per “pentito preso” e con me hanno fatto sempre la stessa cosa i magistrati al cui servizio ho lavorato.
Di tutto quello che dico posso darle contezza - come gliela darò - nel giudizio per danni che mi accingo ad intraprendere contro di lei ed il suo giornale, che in questo ha dimostrato assai poca accortezza, nell’ospitare il suo articolo.
Residua il fatto che l’unica cosa perché io possa restare un “pericolo”, è data dal fato che sono un uomo libero, indipendente e mi consenta anche coraggioso.
Non ho tessere di partiti o associazioni, e l’unica iscrizione che riporta il mio nome – a parte il campanello del citofono di casa – è quella di Slow Food.
Per il resto non sono iscritto nemmeno sull’elenco telefonico.
Credo nelle mie idee e nello Stato di Diritto.
Credo in una “giustizia giusta” ed in un “processo giusto”, che non sia la risultanza dei clamori dei fan dei magistrati, né, tanto meno, di quelli che li attaccano e li denigrano, pensando di avvantaggiare i propri amici imputati.
A parte il ruolo che lei si è dato in questi anni - di censore di giudici, pubblici ministeri e servitori dello Stato onesti - è proprio nei danni sostanziali che ha fatto agli imputati eccellenti (che ha pensato di difendere), che rilevo il suo principale attacco dannoso alla “giustizia”.
I suoi articoli hanno avvelenato troppi processi e vicende giudiziarie, come l’ultimo ingresso a gamba tesa, che ha fatto sulla vicenda che mi riguarda e che ancora non ho capito.
Non so chi o cosa l'ha spinta, ma sicuramente ha sbagliato se era in buona fede.
Comunque ha agito, mi ha offeso profondamente, peraltro in un giornale che leggo da tanti anni ed a cui sono abbonato sin dai tempi di Giuliano Ferrara.
Per uno che di indagini e di processi ne ha visti ormai tanti, arrivo anche a pensare che, probabilmente, nel passato, le sorti di qualche imputato - se non ci fosse stato lei a difenderlo, nel modo come lo ha difeso - potevano essere ben diverse.
Forse i suoi pezzi, con gli attacchi ai magistrati che li accusavano, avranno avuto un effetto placebo sugli imputati eccellenti, di cui ha pensato di assumere, in modo goffo, le difese.
In questo penso pure sia stato di intralcio ai difensori, che meglio di lei cercavano di fare il loro lavoro, come lo hanno fatto egregiamente nelle aule di giustizia.
Taluni di quegli imputati a cui mi riferisco, sono poi stati condannati, anche a tanti di anni di carcere, con delle sentenze che hanno trovato conferma nei diversi gradi di giudizio, nelle fasi di rinvio e persino in Cassazione.
Le sue teorie sui complotti dei magistrati giustizialisti sono cadute con le conferme definitive delle condanne di alcuni imputati.
Con loro, in certi casi, è stato condannato pure lei, per avere diffamato i magistrati.
Alcuni dei suoi “difesi” oggi la possono solo leggere in carcere.
Se erano innocenti – come lei sostiene – questo mi dispiace tanto.
Può darsi che sbaglio, ma quanto meno il dubbio che lei sia stato poco accorto nel modo di difenderli è legittimo, visto che peggio di come gli è finita, non gli poteva finire.
Spero non me ne vorrà, ma quello che le ho scritto è solo quello che penso.
Se solo riflette al tempo che ho impiegato per scriverle questa lettera, potrà meditare di quanto io sia convinto delle mie idee, anche se più volte nella vita, meri calcoli opportunistici mi avrebbero portato a fare e dire cose diverse, che non ho fatto e non ho detto, pagando gravi conseguenze.
Con questo la saluto e spero vorrà pubblicare quanto ho scritto, a rettifica delle gravi offese che mi ha rivolto.
Gioacchino Genchi


Palermo, 10 novembre 2007
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/

martedì 6 novembre 2007

06-11-2007-Quel "mascalzone" che fece condannare all’ergastolo Sandro Lo Piccolo, dopo che il "Riesame" lo aveva scarcerato.Da allora era latitante

In una giornata in cui lo Stato e la Giustizia si sono presi una grande rivincita sulle “mafie” e sull’illegalità, il mio pensiero va ai poliziotti della Squadra Mobile di Palermo, che hanno portato a segno un ulteriore e grande successo.
Il compiacimento, in modo particolare, va a quei tenaci poliziotti della scuola di Arnaldo La Barbera. A quei poliziotti che non hanno mai smesso di credere nello Stato e nelle Istituzioni.
Molti di loro, per la loro determinazione e l’incessante impegno nel lavoro, hanno pagato prezzi altissimi.
Molti figli hanno perso la vicinanza del loro padre. Molte famiglie sono andate pure in frantumi.
Fare il poliziotto a Palermo, lavorare alla Squadra Mobile, inseguire per decenni latitanti del calibro di Bernardo Provenzano e dei Lo Piccolo, non è certo come fare l’impiegato all‘Assemblea Regionale Siciliana, anche se a solo a cento metri di distanza.

Nel ricordo di questo evento, mi sia pure consentito di far sapere a qualcuno - che ancora non ha avuto modo di ricredersi per quello che ha detto e per quello che ha fatto – un particolare che oggi è forse più importante di ieri.
Perché Sandro Lo Piccolo era latitante?
Perché è stato arrestato?
La domanda potrebbe sembrare ovvia, ma non lo è.

Nessuno è latitante prima di essere ricercato.
Nessuno può essere ricercato, e diventare un "latitante", se non sulla base di un valido provvedimento dell'Autorità Giudiziaria. Nelle matricole del carcere si chiama "titolo".
La risposta a queste domanda mi dà oggi la possibilità di spiegare alcune cose, che qualcuno – mi riferisco sempre a quello che mi ha dato del “mascalzone”, dello “strano soggetto”, del “Licio Genchi” ed altro – non ha ancora ben chiare.
Ebbene, correva l’anno 1997, quando i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo – a conclusione di complesse investigazioni di polizia e carabinieri – avevano chiesto al GIP l’emissione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere, nei confronti di numerosi indagati. Le indagini riguardavano, in modo particolare, i capi ed i killer della cosca mafiosa palermitana di “San Lorenzo”, accusati di aver compiuto una serie di omicidi nel '95. Secondo l'accusa, la cosca mafiosa di “San Lorenzo” - la più fedele ai clan “corleonesi” di Bernardo Provenzano, Totò Riina e Leoluca Bagarella - aveva avuto anche l'incarico di compiere un attentato nei confronti dell’ex dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera. Sulla base della richiesta della Procura palermitana, il GIP del Tribunale di Palermo (dr. Florestano Cristodaro) aveva emesso 9 ordinanze di custodia cautelare in carcere, per altrettanti soggetti, accusati di associazione mafiosa, omicidi, detenzione di armi e altri reati. L’08-04-1997 – con una brillante operazione di polizia – finivano in carcere Salvatore Genova, 39 anni, Francesco Paolo Liga, 33 anni, Giuseppe Lo Verde, di 40, i fratelli Calogero e Sandro Lo Piccolo, 25 e 22 anni (allora), Felice Orlando, di 40, Domenico Randazzo, di 47 e Vincenzo Taormina, di 60. La stessa ordinanza cautelare veniva notificata in carcere al boss mafioso Salvatore Biondo, detto il “lungo”, già detenuto. Calogero e Sandro Lo Piccolo erano i figli del più noto capomafia Salvatore Lo Piccolo. Salvatore Biondo - per chi non lo sapesse - non era in carcere per contraffazione di musicassette, o illecita duplicazione di CD-Rom per Play-Station. I magistrati di Caltanissetta lo avevano arrestato per la “Strage di Capaci”. Secondo l’accusa, Salvatore Biondo - uomo d'onore della famiglia di ”San Lorenzo” avrebbe contribuito a nascondere l'esplosivo e a trasportarlo nel cunicolo dell'autostrada, nel punto in cui furono fatti saltare in aria Giovanni Falcone, Francesca Morvillo ed i poliziotti della scorta. Nonostante tutto, però, il provvedimento del GIP Cristodaro non ha retto al vaglio del Tribunale del Riesame.
Non si può dire che quell’ordinanza di annullamento non fosse fondata.
A firmarla è stato il Giudice Alfredo Morvillo, il fratello di Francesca Morvillo e cognato di Giovanni Falcone, tragicamente trucidati nella strage di Capaci del 23-05-1992.
Ironia della sorte ha voluto che – oggi - fosse proprio lo stesso magistrato Alfredo Morvillo – nella nuova qualità di Procuratore Aggiunto di Palermo – a guidare il pool di magistrati della Procura di Palermo, che con i poliziotti della Squadra Mobile, hanno eseguito la cattura di Sandro Lo Piccolo, di suo padre e di altri affiliati mafiosi.
Questi sono fatti e non parole.
Nulla di cui scandalizzarsi, secondo me.
Questo non è un limite, o un difetto della giurisdizione. Anzi, dimostra la fisiologia di obbiettivi procedimenti di verifica della prova, nel processo penale accusatorio.
Nulla di più di quanto un magistrato serio ed onesto deve fare, secondo il proprio ruolo, in ossequio ai principi che regolano lo stato di diritto, nel nome di una “giustizia giusta”, che è l’essenza stessa della democrazia.
Sta di fatto che, dopo l’Ordinanza del Tribunale del Riesame di Palermo della primavera del 1997, Sandro Lo Piccolo è uscito (e non evaso) dalla porta principale del Carcere dell’Ucciardone di Palermo, da dove era entrato qualche settimana prima, accompagnato in manette dai poliziotti della Squadra Mobile, che lo avevano arrestato dopo anni di indagine.
Da quella mattina Sandro Lo Piccolo è diventato uccel di bosco.
Col passare degli anni sono stati emessi a suo carico un’infinità di altri provvedimenti giudiziari, che ne hanno fatto lievitare l’importanza nel “borsino” dei più pericolosi latitanti italiani.
Fino a ieri Sandro Lo Piccolo – per la sua età e per la sua ferocia – era considerato in assoluto uno dei più temibili latitanti di “Cosa Nostra”.
A parte il conclamato “genetliaco” criminale, erano note le sue capacità di reclutare giovani adepti all’organizzazione mafiosa, con una propensione all’omicidio ed alla violenza, che superava pure alcune più prudenti strategie dei vertici di “Cosa Nostra”.
Dopo l’arresto di Bernardo Provenzano - e forse proprio a causa dell’arresto di Bernardo Provenzano - chi ne capisce di “Mafia” sostiene che Sandro Lo Piccolo era senza dubbio diventato più forte e più pericoloso di prima. Poteva ancora contare sulla spalla del padre, pure latitante e non a caso arrestato insieme a lui.
Nel 1997 la situazione era un po’ diversa.
Sandro Lo Piccolo aveva appena 22 anni (è nato il 16-02-1975), ma prometteva bene.
Era già indagato per una serie di omicidi, tentati omicidi, armi ed altri reati di mafia.
Per questo era stato arrestato, fino all’annullamento della Ordinanza cautelare del GIP Cristodaro, disposta dal Tribunale del Riesame.
Dopo quell’annullamento mi chiamò un bravo Pubblico Ministero della Procura Antimafia di Palermo e mi accennò al provvedimento del Riesame, che aveva scarcerato anche Lo Piccolo.
Mi convocò in ufficio ed insistette non poco, affinché io accettassi un incarico di consulenza su quegli omicidi.
In quel periodo – erano gli anni della Procura di Gian Carlo Caselli – le cose da fare a Palermo non mancavano certo.
Lavoravo solo ed esclusivamente con i magistrati di Palermo e i risultati di quel lavoro fanno ormai parte della “Storia” di questo Paese, che non spetta a me raccontare.
Nonostante tutto, con grossi sacrifici personali e familiari, ho accettato l’incarico del Pubblico Ministero Antimafia Mauro Terranova, che non era disposto a chiudere il fascicolo con una archiviazione, dopo la pronuncia del Tribunale del Riesame.
Le alternative, invero, erano poche.
La polizia aveva fatto tutto quanto poteva, redigendo un voluminoso rapporto giudiziario.
Ho letto le carte pagina per pagina, rigo per rigo, parola per parola. Ho letto pure l’ordinanza del Riesame e mi sono messo al lavoro.
Non avevo certo la soluzione del quesito, ma avevo capito che molto si poteva fare.
In questo devo anche ringraziare il contributo che mi ha dato il dr. Roberto Di Legami, che all’epoca dirigeva la “Sezione Omicidi” della Squadra Mobile di Palermo.
Un bravissimo ed onesto funzionario di Polizia, anche lui della “scuola” di Arnaldo La Barbera.
Un funzionario a cui va tutta la mia amicizia, la mia riconoscenza e la mia solidarietà, anche per il triste calvario che ha dovuto subire, con un infamante processo a Caltanissetta per “falsa testimonianza”.
Pochi lo sanno, ma Roberto Di Legami è stato prima indagato, e poi rinivato a giudizio e processato dal Tribunale di Caltanissetta, dopo le accuse di alcuni ufficiali del ROS dei Carabinieri, poi risultante infondate.
Roberto Di Legami è stato costretto a lasciare Palermo e la “Squadra Mobile”, a cui era tanto legato.
A parte l’assoluzione in quell’assurdo processo di Caltanissetta - che tutti ritenevamo scontata - mi auguro che un giorno Roberto possa ritornare a lavorare a Palermo, a fare quello che ha sempre e solo voluto e saputo fare nella vita: il “poliziotto”.
Roberto Di Legami non è un burocrate, non è un “passacarte” e lo Stato non può privarsi del contributo professionale di un poliziotto come lui, che ha fatto solo e soltanto il suo dovere.
Anche se non lo ha fatto nessuno, a lui va oggi il mio pensiero, nel ricordo dell’acume che ha avuto chi – non a caso - lo ha messo a dirigere a suo tempo la “Sezione Omicidi” della Squadra Mobile di Palermo.
In tutto questo mi conforta una sola cosa: fui io a parlare di lui per la prima volta ad Arnaldo La Barbera. Non lo conoscevo nemmeno di persona, ma avevo letto un sua annotazione, proprio su “San Lorenzo”, che mi aveva fatto intuire che dietro quel Funzionario c’era anche un bravo poliziotto.
Con questo torniamo a Sandro Lo Piccolo, da dove ci eravamo fermati.
Siamo al conferimento dell’incarico di consulenza del 24-05-1997, nel procedimento 2292/95 R.G.N.R., della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, a carico di Sandro Lo Piccolo e degli altri boss di “San Lorenzo”, scarcerati dal “Riesame”.
Orbene da quel giorno mi sono messo a lavorare sulle carte e sui tabulati.
Fianco a fianco col magistrato – che è pure molto bravo in informatica – ho tracciato un quadro ricostruttivo e probatorio del tutto innovativo, delle vicende che già i poliziotti della “Mobile” avevano riportato egregiamente nelle loro informative.
Forse la fretta di concludere, per la conclamata pericolosità degli indagati (armati ed attivi nel territorio), aveva determinato una non completa considerazione degli accertamenti.
Altre verifiche ed approfondimenti andavano senza dubbio fatti e non a caso il Tribunale del Riesame di Palermo ha mosso delle censure all’ordinanza del GIP, fino al punto da decretarne l’annullamento e disporre la immediata scarcerazione degli indagati.

Invero, tempo dopo, la Cassazione ha annullato l'Ordinanza del Riesame, rinviando ad altra Sezione del Tribunale di Palermo la decisione cautelare.
Il Tribunale di Palermo ha ripristinato la misura cautelare detentiva a carico di Sandro Lo Piccolo, che non è stata mai eseguita: si era dato già alla macchia.
A parte gli annullamenti ed i Riesami, sta di fatto che, in raccordo col Pubblico Ministero e con la collaborazione di Roberto Di Legami e dei suoi poliziotti (che non si sono per nulla sentiti defraudati di alcunchè, sapendo che un consulente del Pubblico Ministero stava rileggendo il loro lavoro), nel giro di poco più di due mesi – lavorando giorno e notte - ho depositato la mia relazione, con delle elaborazioni, dei grafici e delle risultanze, che non avevano certo bisogno di molto parole per essere compresi.
Al processo, in Corte d’Assise, sono stato sentito per diverse udienze, quando col mio computer ed i miei tanto temuti "dati" ho risposto alle domande del Pubblico Ministero.
Anche gli avvocati mi hanno messo sotto torchio. Ci sono stati anche scontri e battibecchi.
Tutti conclusi, però, nel civile confronto di posizioni avverse e con la lealtà e la correttezza che a Palermo, persino gli avvocati che difendono i peggiori mafiosi ed assassini riescono ad avere.
Una correttezza ed un rispetto del mio ruolo, della mia funzione e del mio lavoro, da parte della classe forense, che – perché sia chiaro - non è mai venuta meno, né a Palermo, né in altre parti di Italia.
Chi fa il proprio dovere con onestà e professionalità, non ha nulla da temere da chi lo fa allo stesso modo, seppure dall’altra parte della barricata.
Ritorniamo a Sandro Lo Piccolo ed al processo in Corte d’Assise.
Dopo la mia audizione ed il controesame delle difese, la mia consulenza, con la mia testimonianza, è divenuta patrimonio della Corte che l’ha acquisita integralmente nelle forme previste dalla legge.
Quella consulenza e quella testimonianza rappresentavano il “novus” di quell’indagine, insieme agli altri elementi di riscontro, che il Pubblico Ministero si era premurato a raccogliere (anche utilizzando le mie anticipazioni).
Sta di fatto che grazie alla tenacia di un Pubblico Ministero che non si è fermato all’annullamento di un Riesame, l’esito finale di quel procedimento è stato assai diverso di come si auguravano gli imputati, dopo la scarcerazione.
Il processo in Corte d’Assise, vedi caso, è stato presieduto dal Giudice Angelo Monteleone.

La sentenza è stata poi scritta dal Giudice Cinzia Parasporo, con una capacità argomentativa e di sintesi, di fatti e vicende assai complesse, che rendono ancora una volta onore alla professionalità della Magistratura palermitana.
Sono grato al Presidente Monteleone ed al magistrato estensore della sentenza, delle lusinghiere considerazioni e degli apprezzamenti, che hanno voluto formulare con riguardo al mio lavoro ed alla mia persona.
Lo stesso dicasi per le sentenze dei gradi successivi del giudizio, fino alla pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, che ha reso definitiva la condanna alla pena dell’ergastolo, anche per il giovane Sandro Lo Piccolo.
Vedi caso, il Giudice Angelo Monteleone (del processo di primo grado) è lo stesso magistrato che ha presieduto la sezione del Tribunale di Palermo, che ha giudicato (pure in primo grado) il deputato di Forza Italia Gaspare Giudice.
In quel processo – dove ho pure svolto una articolata consulenza – il Pubblico Ministero aveva chiesto 15 anni di reclusione per il parlamentare.
Il Tribunale lo ha assolto.
Nessuno ha gridato allo scandalo.
E’ la fisiologia di un sistema giudiziario, nel quale sarebbe ancor più grave se queste cose non accadessero. Lo stesso dicasi per altri “indagati eccellenti”, che pure a Palermo hanno accettato il processo e che nel processo si sono difesi e fatti giudicare.
Queste vicende, sebbene del tutto diverse, per fatti e protagonisti, hanno in comune qualcosa, a parte il Presidente del Collegio giudicante.
Gli imputati – vuoi Sandro Lo Piccolo in un caso e Gaspare Giudice nell’altro – hanno comunque accettato e subito il processo.
I loro avvocati si sono comportati con assoluta correttezza, professionalità e determinazione, fino alla fine.
Gli imputati, sia pure nella loro assoluta diversità, si sono fatti giudicare nel processo, con dignità e rispetto delle istituzioni e di quanti erano chiamati a svolgere il proprio compito, dagli uscieri, ai commessi, ai cancellieri, ai consulenti, ai poliziotti, ai Pubblici Ministeri, fino ad arrivare ai Giudici.
Con questo voglio dire che tanto gli indagati eccellenti che i mafiosi, a Palermo, hanno sempre accettato il "processo" e le regole delle Legge.
Mai nessuno ha ipotizzato golpe nella magistratura, posto che quand’anche qualcuno l’avesse pensato, non avrebbe trovato adepti da nessuna parte.
Se così è stato a Palermo, lo stesso non può dirsi in altri luoghi.
Solo il tritolo per i giudici ed i colpi di lupara per i tanti poliziotti, carabinieri e servitori dello Stato, sono riusciti a fermarli.
Proprio i “caduti” palermitani sono la tangibile conferma di uno Stato che non si è piegato al ricatto e che non si è lasciato nemmeno accattivare da interessati compromessi col potere.
La giusta dialettica processuale - le incriminazioni, le condanne, le assoluzioni, le riforme dei giudizi e persino le stesse revisioni - appartiene alla fisiologia del processo.

Su questi temi, a parte l’esultanza per la cattura dei Lo Piccolo, forse in molti farebbero bene a riflettere.
Gioacchino Genchi








La Repubblica - Palermo - 06-11-2007, di Salvo Palazzolo












Le storie intrecciate del capomafia e del suo rampollo: dalla conquista del potere alla paura della vendetta
Gli inseparabili di Cosa nostra ascesa e caduta dei Lo Piccolo
Salvo Palazzolo
Il pm: "Il figlio era diventato l´angelo custode del padre"
Da quando in Cosa nostra soffiavano venti di guerra, erano ormai inseparabili. Padre e figlio. Salvatore e Sandro Lo Piccolo. I poliziotti e i magistrati lo sospettavano. Ieri mattina, al culmine del blitz di Giardinello, hanno avuto la conferma: «Probabilmente, il figlio non aveva più lasciato il padre da quando si era saputo che una parte di Cosa nostra, quella capeggiata da Nino Rotolo, avrebbe voluto morto il capomandamento di Tommaso Natale», così ipotizza il sostituto procuratore Gaetano Paci. Sandro non era più soltanto il figlio prediletto, era ormai diventato l´ombra, la scorta. E, soprattutto, un killer pronto a sparare. Per quella che era ormai diventata la sua causa. Interpretata dal suo padre padrino, l´uomo a cui ha dichiarato in lacrime il suo amore mentre entrava in manette dentro la volante della polizia. Eppure, un tempo, Sandro era stato il ragazzo ribelle. Tanto che qualche volta anche il padre era dovuto intervenire. «Io Sandro me lo ricordo - ha rivelato il pentito Isidoro Cracolici, un tempo braccio destro di don Salvatore - diciamo che l´ho svezzato io. Sin da piccolo l´avevo sempre vicino a me. A momenti, ha fatto la latitanza anche lui da bambino». Nel ‘91, Sandro fu fermato per furto: aveva 16 anni. In cella rimase pochissimo. Due anni dopo, fu sospettato di rapina ed estorsione. Era già in carriera. E il padre non era proprio contento allora: Cracolici ha spiegato che «u Nicu», così lo chiamavano, «era un ragazzo molto irrequieto, dedito a liti e scorribande», tanto da prendersi i rimproveri anche di alcuni vecchi uomini d´onore. Ma il crimine si impara presto: poco importa che il primo omicidio di Sandro Lo Piccolo, un ladro che operava senza autorizzazione, rischiò di andare a male perché i killer furono colpiti dalle bottiglie lanciate dai balconi. Quella volta, il padre padrino lo rimproverò sonoramente. Il secondo omicidio fu commesso secondo i canoni del perfetto killer di mafia, questo era stato negli anni Ottanta Salvatore Lo Piccolo. E Sandro stava ormai ripercorrendo le sue gesta criminali. Padre e figlio, poco a poco cominciarono ad essere sempre più uniti. Tutti e due con la comune fama di dongiovanni: «u Vascu», il vecchio è un gran fumatore di Malboro, veste sportivo e sempre all´ultima moda. Non sappiamo se «u Nicu» fuma, ma di certo ama anche lui le buone marche: indossava un bel maglioncino quando cinque anni fa sfuggì ai carabinieri inerpicandosi sui tetti delle ville di via Lanza di Scalea. Il particolare è rimasto nelle relazione di servizio. Gli abiti di lusso raccontano molto di quello che è rimasto per alcuni anni il più giovane fra i padrini di Cosa nostra. Sandro Lo Piccolo mandava un certo Tonino "u curtu" dello Zen a comprargli abiti all´ultima moda. E questa cosa era ritenuta troppo imprudente dagli altri mafiosi. Tonino entrava nei negozi più esclusivi del centro città e comprava per milioni delle vecchie lire. Pantaloni, maglioni, giacche, camicie. Ma niente della sua misura. I poliziotti della squadra mobile capirono presto che quegli abiti così eleganti non erano per lui: chi lo aveva incaricato degli acquisti era proprio Sandro Lo Piccolo.Da quando, però, le indagini avevano stretto il cerchio, il rampollo di Tommaso Natale era diventato prudente. Racconta il pentito Antonino Giuffrè che a Lo Piccolo junior era stata ormai delegata la gestione del business della droga. Il padre lo aveva investito del potere necessario. Ma la vera iniziazione era stata un´altra: anche «u Nicu» poteva infatti vantarsi di avere beffato la giustizia. L´ordine di arresto per i due omicidi fu inizialmente annullato: da allora il giovane boss era latitante. Poi, l´analisi del suo cellulare e di tutti i contatti, svolta dal consulente informatico della Procura, Gioacchino Genchi, ribaltò quell´inchiesta che sembrava destinata all´archiviazione. E in pochi mesi, la corte d´assise decretò l´ergastolo. Lo Piccolo junior e senior erano ormai una cosa sola. E i picciotti li veneravano. Il più fedele era Andrea Adamo, 45 anni, anche lui fra gli arrestati di ieri mattina. Era latitante dal mese di luglio 2007, quando era scattata l´operazione "Gotha". Ufficialmente, era solo un rivenditore di moto, in realtà era uno dei mafiosi più influenti del mandamento di Brancaccio. Anche grazie all´intercessione del suocero, Giuseppe Savoca, nome storico di Cosa nostra. L´altro fedelissimo dei Lo Piccolo padre e figlio era Gaspare Pulizzi, 36 anni, reggente della famiglia di Carini, latitante dal marzo scorso. Tutti si sono chiusi nel silenzio dopo l´arresto.
Salvo Palazzolo

06-11-2007 - Sentenza Sandro Lo Piccolo ed altri della Corte d'Assise di Palermo

Dopo l'annullamento da parte del Tribunale del Riesame di Palermo dell'Ordinanza di custodia cautelare in carcere del GIP Florestano Cristodaro, nei confronti di diversi indagati (fra i quali il giovane boss Sandro Lo Piccolo, da allora latitante ed il capomafia Salvatore Biondo, pure condannato per la "strage di Capaci"), il Pubblico Ministero della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo ha conferito al dr. Gioacchino Genchi un articolato incarico di consulenza tecnica, volto all'elaborazione ed all'analisi dei dati di traffico telefonici ed alla ricostruzione dei rapporti fra gli indagati, con particolare riguardo alle dinamiche dei frangenti omicidiari, oggetto delle imputazioni.
Dopo il deposito della relazione, nel corso di diverse udienze, il consulente ha illustrato al dibattimento l'esito delle sue indagini, integralmente accolte dalla Corte d'Assise di Palermo, che ha condannato alla pena dell'ergastolo Salvatore Biondo e Sandro Lo Piccolo ed a pene detentive variabili gli altri imputati.
La sentenza della Corte d'Assise di Palermo - che porta la firma del Presidente Angelo Monteleone e del Giudice Cinzia Parasporo - è stata confermata nei successivi gradi di giudizio ed ha superato il vaglio di legittimità, della Suprema Corte di Cassazione.
In forza anche di quella sentenza, divenuta irrevocabile, Sandro Lo Piccolo era latitante, prima di essere arrestato dai poliziotti della Squadra Mobile di Palermo.
Su questo tema, a parte una utile lettura della sentenza, rinvio all'altro post, dal titolo:


«Quel "mascalzone" che fece condannare all’ergastolo Sandro Lo Piccolo, dopo che il Tribunale del Riesame di Palermo lo aveva scarcerato. Da allora era latitante».

Giaocchino Genchi

06-11-2007- La mafia in diretta 2 di Giorgio Bongiovanni (... attuale come non mai!)

La mafia in diretta (II) - 6-11-07


di Giorgio Bongiovanni - Megachip

Pubblichiamo la seconda parte dell'analisi del direttore di "Antimafia Duemila" che chiama in causa eventi e personaggi del panorama mafioso. (leggi la prima parte).
Forse, a guardare i fatti a posteriori si dovrebbe dire che dell'intero piano era più a conoscenza Provenzano che non Riina, ceduto quasi subito alla giusta gogna pubblica con tutta la sua cordata più violenta.
Probabile oggetto di una trattativa molto più ampia di cui si intuiscono i contorni se si ricostruisce quel puzzle di elementi probatori che però, per ora, non sono stati ritenuti sufficientemente convincenti da un punto di vista processuale.
Procediamo con ordine.
Via D'Amelio è una strada chiusa, stretta tra grandi palazzi come quello in cui abitava la madre del giudice che quella domenica lo stava aspettando per andare dal cardiologo. Era domenica e faceva molto caldo. Quando le macchine blindate entrarono nella via il parcheggio era pieno e lo spazio per muoversi velocemente molto poco, come aveva avuto modo di lamentarsi più volte la scorta. Il giudice scese accompagnato dai suoi angeli protettori: Agostino Catalano, Emanuela Loi,Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina; ebbe appena il tempo di annunciarsi al citofono che qualcuno, che evidentemente lo stava osservando, premette il pulsante del detonatore.
Il corteo blindato era stato monitorato fin dal mattino, da quando il giudice appena uscito di casa, in via Cilea, non si era recato in via d'Amelio, come i suoi assassini si aspettavano, ma a Villagrazia. Nonostante il cambio di programma, non vi era stata nessuna alterazione nel piano poiché, raccontano i collaboratori di giustizia, Salvatore Biondino non aveva alcun dubbio che Borsellino prima o poi sarebbe andato dalla madre.
Un primo dato non trascurabile sul quale torneremo in seguito.
I pentiti che hanno fatto parte del gruppo di osservazione tra cui Salvatore Cancemi e Giovan Battista Ferrante sono stati molto avari di particolari sul momento dell'esecuzione, tanto da essere ritenuti in primo grado reticenti. Se successivamente la testimonianza di Cancemi si è rivelata di grande importanza è risultata volutamente incompleta la testimonianza del Ferrante che aveva il compito di allertare il gruppo di fuoco. Era stato incaricato da Biondino di comporre un numero di cellulare che gli aveva fornito su un foglietto di carta e di avvisare quando Borsellino si sarebbe avvicinato a via D'Amelio. Il collaboratore dichiarò di non conoscere l'identità del suo interlocutore (rivelatosi poi essere Cristoforo Cannella) cui fece due chiamate, la prima dal suo cellulare, comprovata dai tabulati, e la seconda da una cabina telefonica, che però non risulta essere mai arrivata sull'utenza di Cannella.
Chi ha avvisato in realtà Ferrante?
Non lo sappiamo, ma di certo professionisti, addestrati anche per far sparire le tracce più pericolose. Un'eccezione che non si era mai verificata nella storia di Cosa Nostra che, come disse il procuratore Pietro Grasso, è stata a volte il braccio violento dello Stato e quindi ha sì agito per conto di altri, ma senza bisogno di aiuti esterni.
Alla strage di via D'Amelio, alla parte esecutiva, partecipano direttamente, i maggiori capi mandamento, primo Biondino che dirige di persona le operazioni, e poi Aglieri e Greco (uomini di Provenzano), Cancemi, Raffaele Ganci e altri.
Salvatore Biondino all'epoca delle stragi era sconosciuto e incensurato. Emerge la centralità della sua figura quando viene arrestato assieme a Salvatore Riina ed è indicato da Salvatore Cancemi come il personaggio che deteneva tutta una serie di rapporti segreti e particolari con gli ambienti più occulti per conto del capo di Cosa Nostra e del suo gemello Provenzano.
Lo conferma il drammatico racconto di Francesco Onorato quando riferisce all'autorità giudiziaria dell'omicidio di Emanuele Piazza, il giovane poliziotto che collaborava alla ricerca dei latitanti con i servizi segreti, strangolato nello scantinato di un mobilificio a Capaci per ordine proprio di Biondino, che, inspiegabilmente, sapeva del suo incarico super riservato.
E' ancora Biondino, secondo Brusca, a premere perché il nome di Borsellino sia inserito immediatamente dopo quello di Falcone nella lista del pareggio dei conti con nemici e traditori.
Agli indizi provenienti dall'interno all'organizzazione corrispondono quelli raccolti dagli inquirenti che, seppur lasciati ad uno stadio primordiale per via di cause esterne, rappresentano molto più di un'ipotesi sulla presenza di uomini dei servizi sul luogo della strage.
Sentito durante il processo d'appello del Borsellino bis l'allora vicequestore di Palermo Gioacchino Genchi ha spiegato come le sue indagini sulle intercettazioni effettuate sull'utenza della famiglia Borsellino che, in un primo momento, avevano portato alla condanna all'ergastolo di Pietro Scotto, poi annullata a causa della ritrattazione di Scarantino, lo abbiano poi condotto altrove. E più precisamente sul monte Pellegrino, l'altura che domina Palermo dove si erge il suggestivo castello Utveggio che per un periodo avrebbe ospitato il Cerisdi, una scuola d'eccellenza per manager. Un tabulato telefonico aveva registrato in entrata una chiamata effettuata cinque mesi prima della strage da un boss di Bagheria, Gaetano Scaduto condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ignazio Salvo, indirizzata a quell'utenza.
All'interno del Cerisdi si rivelò poi esserci una postazione di soggetti appartenenti all'Alto Commissario per la lotta alla mafia e poi forse – spiega Genchi - anche al Sisde, al servizio segreto civile. Che per tutta risposta smentì categoricamente l'ipotesi. Tuttavia, non appena avviata l'indagine il misterioso gruppo fece baracca e burattini e fu trasferito così come, alla fine dell'anno, furono destinati ad altri incarichi Genchi e il questore La Barbera.
Non se ne fece più nulla, resta soltanto inequivocabile il fatto che la visuale dal Castello Utveggio su via D'Amelio è impressionante.
Dunque, dopo 15 anni, sappiamo solo da chi era composto il gruppo che sorvegliò gli spostamenti del giudice dalla sua abitazione di via Cilea, mentre non abbiamo idea di chi agì sul campo di guerra e nemmeno, come scrivono i giudici del Borsellino ter: “Chi abbia allestito l'autobomba e l'abbia trasportata, come anche la provenienza dell'esplosivo”.
Per accertare anche questo fondamentale elemento si chiamò in causa persino l'FBI il cui super sofisticato laboratorio scientifico, tuttavia, fu colto da una paradossale mancanza di professionalità. Fu, infatti, aperta un'inchiesta circa le analisi sugli esplosivi che sarebbero state condotte maldestramente.
Su un punto però gli esperti italiani e quelli statunitensi concordano, nell'esplosivo vi era la presenza del Semtex sulla cui provenienza di origine militare non v'è dubbio così come è noto che il plastico era nella disponibilità dei killer di Cosa Nostra.
Recentemente l'autorità giudiziaria si è concentrata su un altro dei grandi misteri che ruota attorno alla strage di via D'Amelio.
Nella confusione degli attimi immediatamente dopo la deflagrazione sono stati notati aggirarsi tra le macerie uomini indicati come in qualche modo legati ai servizi o la cui apparizione in quei luoghi quel giorno è comunque risultata quanto meno singolare.
Si è appena concluso con un'assoluzione il processo per falsa testimonianza resa al pubblico ministero a carico di Roberto Di Legami, all'epoca dei fatti funzionario di polizia addetto alla Squadra Mobile di Palermo impegnata nelle indagini sulla strage di Capaci.
Secondo la testimonianza di due colleghi, Umberto Sinico e Raffaele del Sole, al tempo capitani del Ros, l'ufficiale, durante una cena a pochi giorni di distanza dalla strage (circa una decina) avrebbe rivelato di aver saputo che poco dopo l'esplosione alcuni agenti accorsi sul luogo avrebbero notato Bruno Contrada, al tempo il numero tre del Sisde e che la relazione di servizio riguardo questa circostanza sarebbe stata poi distrutta.
Di Legami ha negato con fermezza di aver mai riferito un'informazione di questo genere ed è rimasto sulle sue posizioni anche durante il confronto, piuttosto teso, con i due colleghi. Secondo il giudice Paola Proto Pisani che ha ricostruito la sequenza di quegli eventi nella sentenza assolutoria appare più credibile la versione del Di Legami che non quella del principale testimone dell'accusa, Sinico. Questi infatti, pur ritenendo il fatto in se stesso poco credibile, dopo averlo riferito all'autorità giudiziaria, non ha voluto rendere noto il nome della sua fonte. Ha spiegato di aver ricevuto raccomandazioni a riguardo dalla stessa che a sua volta temeva per l'incolumità della fonte originaria.
A fare per primo il nome di Di Legami fu il tenente Canale, stretto collaboratore di Borsellino, ma in seguito processato e assolto per concorso esterno in associazione mafiosa. Disse di aver saputo questa notizia da Sinico, compresa la fonte.
Sinico ha smentito di aver mai rivelato il nome del Di Legami ad alcuno, benché, invece, abbia riferito il contenuto della confidenza sia ad alcuni colleghi, tra cui Canale, e ad alcuni magistrati come il dott. Ingroia e il dott. De Francisci. Tuttavia mentre Canale sostiene di aver ricevuto questa confidenza nei giorni immediatamente successivi alla strage, addirittura prima dei funerali, il colloquio con Di Legami cui fa riferimento Sinico, confermato da Del Sole, sarebbe avvenuto, questo sì secondo tutti e tre, a una decina di giorni dell'eccidio.
Tuttavia Sinico, se in un primo momento nega che la sua fonte sia Di Legami, in un memoriale del 1998, lo ammette adducendo come motivazione del suo silenzio il vincolo di segretezza che vige automaticamente tra colleghi e amici quando si parla di indagini in corso. Ha inoltre aggiunto di aver cercato più volte di contattare il Di Legami per chiedergli di scioglierlo da questo patto di riservatezza che lo metteva in una situazione di imbarazzo con i magistrati, ma che dapprima avrebbe ricevuto un diniego, sempre per tutelare la fonte originaria e poi che il collega non si sarebbe più fatto trovare.
Ecco qui un altro conto, l'ennesimo, che non torna. Il giudice, riordinando tutti i dati, ritiene possibile che Sinico abbia davvero ricevuto la notizia, ma non da Di Legami e che pur di proteggere la sua reale fonte, abbia sacrificato l'amico sfruttando la via suggerita da Canale il quale, magari convinto della opportunità di perseguire i filone di indagini, abbia indicato un nome plausibile al fine di costringere Sinico a rivelare la vera fonte.
A suffragio di tale ipotesi il giudice considera significativo il dialogo avvenuto tra Sinico e Canale, ignari di essere registrati, mentre attendevano di essere sottoposti a confronto dai magistrati di Caltanissetta. Canale invita il collega a rivelare l'identità della sua fonte se vuole salvare il suo amico (Di Legami) di cui ha fatto il nome pur nutrendo il serio dubbio che sia lui (“ce l'ho sulla coscienza”) e senza termini lo incita: “Umbé ma picchì un ciù dici cu cazzu è?”.
Di Contrada sul luogo della strage si è parlato a lungo, ma il suo alibi, secondo cui sarebbe stato in barca con amici ha sempre retto a qualsiasi investigazione.
Se nessuno degli ufficiali e degli agenti in servizio quel giorno vide Contrada è vero che furono notate invece altre figure come Mannino Salvatore segnalato dall'ispettore Angelo che compilò immediatamente una relazione di servizio e su questo fu sentito dalla procura di Caltanissetta. La presenza di Mannino colpì particolarmente Angelo e il suo superiore dott. Montalbano poiché questi era un ispettore in servizio al Commissariato di San Lorenzo fino a poco tempo prima e di recente trasferito a Firenze poiché una nota del Sisde lo descriveva come in pericolo di vita perché minacciato dall'organizzazione mafiosa. Tuttavia solo un paio di anni prima Montalbano aveva raccolto alcune confidenze su Mannino che gli avevano fatto dubitare della sua integrità e per questo aveva fatto rapporto alla Procura di Palermo.
Giorgio Bongiovanni

domenica 4 novembre 2007

04-11-2007 - Ringraziamento a Beppe Grillo, per la accorata solidarietà

Caro Grillo,
ti ringrazio per la solidarietà.
Nessuno, men che me, pensava di diventare un "personaggio", o ancor meno fare "l'ercolino" indagando su Prodi o su Mastella.
Come sai ho fatto indagini su "personaggi" ben più importanti, restando sempre nell'ombra.
Mai, però, ho ricevuto questi trattamenti, nemmeno da coloro che erano paragonati al "Diavolo".
Non pensavo nemmeno di dovere creare un blog pure io, e se l'ho fatto è solo per "LEGITTIMA DIFESA".
Grazie ancora e speriamo bene, se non altro per l'Italia!
Gioacchino Genchi
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/

04-11-2007 - Gioacchino Genchi: biografia di un "mascalzone"



Gioacchino Genchi è nato a Castelbuono (PA) il 22 agosto 1960.
E’ sposato ed ha tre figli.
Il suo paese natale, Catelbuono, è una ridente località della provincia di Palermo, situata alle pendici delle "Madonie" .
Castelbuono è un paese con grandi tradizioni di democrazia, di cultura, di civiltà e di legalità, a cui Gioacchino Genchi deve la sua formazione di "castelbuonese", e non solo quella.
Senza nulla togliere a Ceppaloni, l'essere castelbuonese è una "Denominazione di Origine Controllata", unanimente riconosciuta ed apprezzata in tutto il mondo. (http://www.comune.castelbuono.pa.it/) (vedi pure http://castelbuono.org/)
Per Genchi l'essere "castelbuonese" vale più di un "certificato penale" apparentemente pulito, o di un titolo di "Senatore".

Chi almeno una volta nella vita ha conosciuto un castelbuonese, o è stato Castelbuono, si sarà reso conto di questo.
Gioacchino Genchi, da giovane è vissuto nel paese natale.

A Castelbuono è rimasto legato da un forte sentimento di appartenenza. L’essere castelbuonese è la cosa di cui Gioacchino Genchi si sente più orgoglioso e non perde occasione per dirlo.
All’amore per Castelbuono e per la sua gente sarà presto dedicata una particolare sezione del su sito www.gioacchinogenchi.it (Il mio paese).
Da ragazzo si è formato presso la libreria del padre, centro ritrovo dei letterati e degli studiosi del paese.
Radioamatore sin da bambino, Gioacchino Genchi ha manifestato sin dall’adolescenza una particolare vocazione per le scienze tecniche, per l’elettronica e per la telefonia.
Nonostante una forte vocazione umanistica, che gli proveniva dalle letture che sin da bambino aveva coltivato nella libreria del padre, Gioacchino Genchi ha intrapreso gli studi superiori presso l’Istituto Tecnico “Jacopo del Duca” di Cefalù.
Li si è distinto come leader del movimento studentesco, con delle battaglie per i diritti degli studenti e per una scuola migliore.
Dopo alcune rocambolesche iniziative di protesta, organizzate proprio da Genchi – si veda la famosa marcia a piedi a Cefalù, l’occupazione degli istituti, ecc. – sono stati varati negli anni settanta degli importanti provvedimenti legislativi in materia di diritto allo studio.
Ricordiamo fra tutti la legge regionale sul trasporto gratuito agli studenti pendolari.
Questa legge, varata dalla Regione Sicilia, rappresenta ancora oggi uno dei più importanti momenti di conquista civile, nella prospettiva del diritto allo studio per gli studenti siciliani.
Sono state proprio le iniziative di protesta, anche clamorose, organizzate da Gioacchino Genchi, a sensibilizzare i mass media e gli organi legislativi della Regione Siciliana, che alla fine hanno varato e finanziato la legge, per assecondare il diritto allo studio.
Il finanziamento di questa legge ha consentito anche ai giovani delle famiglie meno abbienti dei paesini più disparati della Sicilia, di frequentare le scuole superiori, situate nei centri più importanti, a volte anche a notevole distanza da quelli di residenza.
Erano molti, all’epoca, i giovani promettenti e volenterosi, di origini umili e contadine, che erano impossibilitati a frequentare la scuola superiore, non potendosi permettere le loro famiglie i costi degli abbonamenti degli autobus e dei treni, per raggiungere le sedi dei comuni (vedi Cefalù e Termini Imerese, Bagheria, Palermo, ecc.) dove erano concentrati i più importanti istituti scolastici.
Altre iniziative propugnate da Genchi e dal movimento studentesco da lui guidato, hanno portato al finanziamento ed alla realizzazione dei più importanti ed efficienti edifici scolastici del cefaludese, dove oggi frequentano la scuola i giovani delle "Madonie".
Nonostante l’impegno nel movimento studentesco, la partecipazione agli organismi di rappresentanza delegata (il Consiglio d’Istituto, la Giunta Esecutiva dell’Istituto, il Consiglio Scolastico Distrettuale, la Giunta esecutiva del Distretto scolastico, ecc.), Gioacchino Genchi ha conseguito ottimi profitti negli studi superiori, conseguendo il diploma di maturità tecnica con il punteggio massimo di 60/60 (sessanta/sessantesimi).
Nel corso degli studi Genchi ha affrontato corsi sperimentali di informatica e di elettronica, perfezionandosi nel campo della topografia applicata e dell’utilizzo dei nuovi strumenti di agrimensura, per la rilevazione del territorio (si vedano, in particolare, i primi teodoliti al laser).
Chi doveva dire che quegli strumenti e quelle tecniche dovevano ritornargli oggi di grande utilità, applicati proprio al campo delle indagini e della localizzazione dei cellulari!
Gioacchino Genchi ha poi proseguito, in privato, degli studi umanistici, intrapresi presso la libreria del padre, dove ha coltivato incessantemente - a costo zero - il suo principale hobby: la lettura e la ricerca (dai testi di letteratura, alla filosofia, alla storia, alla matematica, alla statistica ed alle scienze applicate).
Conseguito il diploma di maturità tecnica, con un notevole background nell’uso delle prime tecnologie informatiche (all’epoca applicate solo ai settori finanziari, all’ingegneria ed alla topografia), ha iniziato subito a lavorare con un'azienda specializzata del centro Italia, acquisendo un'ulteriore professionalità e conoscenza nel settore tecnico e nell’uso delle prime applicazioni informatiche.
Contemporaneamente all’attività lavorativa, di cui non ha potuto far a meno (attese le condizioni economiche non troppo floride della sua famiglia), ha intrapreso gli studi universitari presso la Facoltà di Giurisprudenza, dell’Università degli Studi di Palermo, dove ha conseguito la laurea con 110/110 (centodieci su centodieci) e la Lode Accademica.
Nel corso degli studi universitari, oltre alle materie ordinariamente previste nel piano di studi quadriennale (conseguite con eccezionali punteggi), ha frequentato ben 10 “corsi liberi” in materie storico-giuridiche e romanistiche, tutti superati con la valutazione di “30 e Lode”.
Nel corso degli studi universitari ha altresì approfondito degli studi di Politica economica e finanziaria, redigendo la ricerca universitaria sul tema: "Riduzione della spesa pubblica e incremento delle risorse produttive".
Conseguita la laurea in Giurisprudenza il dr. Gioacchino Genchi ha subito intrapreso la carriera forense, eseguendo, in collaborazione con l’Università di Palermo, ulteriori ricerche in vari settori giuridici.
Ha conseguito, frattanto, a pieni voti l’abilitazione all'esercizio della professione di Procuratore Legale (oggi “Avvocato”), oltre all’abilitazione all’insegnamento di materie giuridiche negli istituti di istruzione superiore.
Per espletare il servizio militare (non ancora prestato), nel 1985 ha partecipato al Concorso pubblico a 200 posti di Vice Commissario in prova della Polizia di Stato.
Superato il concorso e classificatosi ai primi posti della graduatoria, ha svolto nei primi mesi dall’immissione in ruolo l’incarico di insegnamento di discipline giuridiche nelle scuole di Polizia.
Trasferito a Palermo nel 1987, ha da allora ricoperto diversi incarichi presso gli uffici della Direzione Centrale dei Servizi Tecnico Logistici della Polizia di Stato di Palermo.

Nel 1988 – per volontà del Capo della Polizia Vincenzo Parisi – è stata affidata al dr. Gioacchino Genchi (quando aveva ancora la qualifica di Vice Commissario), la Direzione della Zona Telecomunicazioni del Ministero dell'Interno per la Sicilia Occidentale di Palermo, già diretta da un funzionario "Dirigente" della Polizia di Stato, promosso "Dirigente superiore ad onorem" e collocato a riposo per raggiunti limiti d'età.
Si noti la particolarità ed il livello dell'incarico conferito, di qualificato rango dirigenziale, identificandosi la "Zona Telecomunicazioni del Ministero dell'Interno per la Sicilia Occidentale" quale ufficio periferico del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, dotato di propria autonomia, (amministrativa, finanziaria, disciplinare, organizzativa etc), al pari delle Questure, dei Compartimenti di Polizia Stradale, Ferroviaria etc, e con competenza interprovinciale nelle province di Palermo, Agrigento, Caltanissetta e Trapani.
Anche presso la sede di servizio di Palermo, unitamente alla direzione degli uffici ricoperti, il dr. Gioacchino Genchi ha ininterrottamente mantenuto l'incarico di docente di materie giuridiche (Diritto penale, Diritto processuale penale e Leggi di Pubblica Sicurezza) presso gli Istituti di istruzione della Polizia di Stato.
Nel corso dell'anno 1989 ha frequentato e superato il corso di formazione del Ministero dell'Interno per il conseguimento della specializzazione in "Informatica".
Nel novembre del 1989 ha svolto, per conto del Ministero dell'Interno - Dipartimento della Pubblica Sicurezza, la relazione ufficiale sul tema: "La valenza del supporto informatico nelle indagini di polizia" al Convegno nazionale sul tema: "L'informatica nella lotta alla criminalità organizzata", organizzato dall'Università degli Studi di Palermo con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
La relazione del dottor Gioacchino Genchi ha riscontrato vivo apprezzamento fra gli studiosi e le Autorità intervenute al Convegno ed i relativi atti sono stati integralmente pubblicati nella rivista di criminologia e psicopatologia forense (n. 2 dell'anno 1990), edita a cura dell'Istituto di Antropologia criminale dell'Università di Palermo (pubblicazione iscritta al n. 17/85 nel registro dei periodici del Tribunale di Palermo).

Ha partecipato a decine e decine di convegni, seminari, corsi di studio ed altre iniziative culturali ed universitarie.
Nel quadriennio di Direzione della "Zona Telecomunicazioni del Ministero dell'Interno per la Sicilia Occidentale" (maggio 1988 - maggio 1992) il dr. Gioacchino Genchi ha costantemente collaborato con diversi uffici investigativi – e direttamente con il Capo della Squadra Mobile dell’epoca, dr. Arnaldo La Barbera - nello svolgimento di particolari e riservate indagini di polizia criminale, per le quali ha curato la sperimentazione e la proficua utilizzazione di sofisticate tecnologie ed impianti informatici, radioelettrici e di telecomunicazioni.
In quegli anni, per il tramite del dr. Arnaldo La Barbera, ha collaborato con vari magistrati, fra cui Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, assistendo pure l’Autorità Giudiziaria dell’epoca nelle indagini sul fallito attentato della Addaura.
Ha partecipato in prima persona ed ha varato le più importanti tecniche di indagine, che hanno portato, fra gli altri, all’individuazione del covo di Totuccio Contorno a San Nicola l’Arena, dove il mafioso pentito è stato arrestato unitamente ad altri suoi sodali, con il contestuale sequestro di un vero e proprio arsenale.
In quel periodo ha messo a frutto delle originali tecniche d’indagine – quando si era ancora agli albori delle nuove tecnologie elettroniche – per l’installazione di una rete mobile di intercettazioni, utilizzata dall’Autorità Giudiziaria, con risultati di immediata e straordinaria eccezionalità, nella cattura del boss mafioso Pietro Vernengo, evaso tempo prima da una comoda detenzione ospedaliera in un nosocomio palermitano, a cui era stato ammesso prima di darsi alla macchia.
Si omettono di riportare gli ulteriori e numerosi risultati investigativi ed operativi al cui conseguimento ha contribuito l’attività svolta dal dr. Genchi, nell’ambito degli uffici che ha diretto presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

Di ciò si trova ampio riscontro nelle rassegne stampa dell’epoca, negli archivi delle agenzie giornalistiche e, cosa più importante, nelle sentenze dibattimentali di condanna dei più pericolosi e sanguinari boss mafiosi e criminali comuni di varie parti d’Italia, confermate nelle fasi cautelari e nei diversi gradi di giudizio, persino con lusinghiere attestazioni di merito nelle motivazioni dei giudici che hanno redatto le sentenze, tutte confermate nei giudizi di legittimità, dalla Suprema Corte di Cassazione.
Nel 1992 - l'anno della “strage di Capaci” - il Capo della Polizia – Prefetto Vincenzo Parisi – gli ha affidato ad interim l’incarico di dirigente del “Nucleo Anticrimine per la Sicilia Occidentale”, per una più efficace azione di contrasto alla criminalità mafiosa e di collaborazione operativa alle indagini sulle stragi, condotte da un gruppo di fidati poliziotti, sotto la diretta direzione del dr. Arnaldo La Barbera.
Con i suoi due uffici - la Zona Telecomunicazioni ed il Nucleo Anticrimine - ha affiancato sin da subito il dr. Arnaldo La Barbera nelle indagini sulla stragi del 1992.
La sera del 19 luglio 1992 – alcune dopo la strage di Via Mariano d’Amelio, dove avevano perso la vita il Procuratore Aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e gli agenti di scorta – il Capo della Polizia Vincenzo Parisi ed il Ministro della Giustizia Claudio Martelli, hanno incaricato Genchi di organizzare e dirigere l’immediata evacuazione dei più pericolosi boss mafiosi, comodamente reclusi nelle carceri palermitane, al penitenziario di “Pianosa”.
In raccordo operativo con il Comando dell’Arma dei Carabinieri, con l’Aeronautica Militare e con la Direzione dell’Amministrazione Penitenziaria, nel giro di poche ore Genchi ha organizzato il trasbordo aereo degli oltre 150 “capi mafia” palermitani da Palermo a Pianosa, con gli aeroplani e gli elicotteri “Mangusta” dell’Aeronautica.

Alle 05:00 della mattina del 20 luglio 1992, già rombavano i motori degli aeroplani dell'aeronautica all'aeroporto di "Punta Raisi" di Palermo, che qualche anno dopo prenderà il nome - che speriamo riuscirà a mantenere - dei due magistrati assassinati: Falcone e Borsellino.
Poco più di un'ora dopo, i più pericolosi capimafia palermitani ed i loro sanguinari gregari erano già atterrati all'aeroporto di Pisa, dove con una sincronia ed un tempismo che ha pochi precedenti nella storia, erano ad attenderli i "Mangusta" dell'Aeronautica, per l'ultima tappa della trasferta verso "Pianosa".
Rientrato a Palermo la sera del 20-07-1992, Genchi si è rimesso a fianco del dr. Arnaldo La Barbera, alle indagini sulle stragi.
Nel corso delle indagini sulle stragi di Capaci e di Via d’Amelio, ha fornito un contributo decisivo nell’approntamento delle tecniche di elaborazione e di analisi dei dati di traffico telefonici, perfezionati negli anni.
Di questo, di quanto ha fatto Gioacchino Genchi in quelle indagini (e di quanto non gli hanno consentito di fare), parlano le sentenze dei Giudici di Caltanissetta, che hanno riscontrato l’integrale vaglio di legittimità della Suprema Corte di Cassazione, con la condanna all’ergastolo di decine e decine di imputati, grazie anche al suo contributo determinante.
Delle indagini sulle “stragi del 1992”, si tratterà in altra sezione del sito.
Dal 1994 il dr. Gioacchino Genchi ha diretto il Centro Elettronico Interregionale del Ministero dell’Interno, con sede a Palermo, mantenendo l’incarico di insegnamento negli istituti di istruzione.
Ha svolto, negli anni, centinaia e centinaia di incarichi di consulenza tecnica e di perizia, per conto di Pubblici Ministeri, Tribunali, Corti d’Assise, Corti d’Appello, Tribunali Militari, GUP, GIP ed altri Uffici Giudiziari e Magistrati dello Stato: da Giovanni Falcone a Luigi de Magistris.
Di questo, comunque, si tratterà in altra parte del sito.
Ha contemporaneamente svolto dei corsi di formazione e di aggiornamento su vari temi ai Magistrati, su incarico del Consiglio Superiore della Magistratura, tanto in ambito nazionale, che in sede di formazione decentrata.

In ambito locale, su incarico dei Magistrati referenti e dei Consigli Giudiziari, ha tenuto delle lezioni nell'ambito della formazione degli "Uditori Giudiziari".
Ha svolto pure lezioni e seminari di aggiornamento per conto di vari istituti universitari ed agli Avvocati, per conto della Camera Penale di Palermo.

Ha sempre mantenuto eccellenti rapporti con Magistrati, Avvocati e con le parti processuali con cui ha interloquito.

Ha lavorato fianco a fianco, per venti anni, con poliziotti, carabinieri e finanzieri, che rappresentano il fiore all'occhiello delle diverse forze di polizia.
Con costoro ha mantenuto rapporti di amicizia e di stima professionale, ben oltre gli ambiti di impegno nelle indagini collaborate.
Nell’assolvere agli incarichi giudiziari che gli sono stati affidati, ha sempre e solo servito lo STATO e la GIUSTIZIA, nello strenuo tentativo di ricerca e di affermazione della VERITA.
Questa è la biografia e la storia del "mascalzone", di quello "strano personaggio", addirittura di quel "Licio Genchi", che ha fatto l'errore più grande della sua vita: approntare il suo modesto aiuto di consulente, ad un giovane Pubblico Ministero di Catanzaro, che si chiama Luigi de Magistris.